Venezia 79, giorno 10: cronache di cinema e non solo


Vogliamo iniziare il nostro racconto di oggi partendo dal breve editoriale che Giorgio Gosetti, delegato generale delle Giornate degli Autori, ha scritto nel Ciak in Mostra di oggi. Riportiamo alcune affermazioni: ”Sarà vero che il ritratto del mondo offerto dagli autori di Venezia79 ruota intorno all’angoscia dell’identità e alla visione dell’apocalisse, ma viene da chiedersi: non sarà che il cinema in Mostra riflette soprattutto il pensiero occidentale e rischia di perdere ciò che fermenta lontano da Hollywood e Cinecittà?”. Oh finalmente! Grazie Gosetti per queste parole! L’ultimo giorno di Mostra del Cinema con grande soddisfazione leggiamo e accogliamo le parole del Delegato che danno sostegno e forza a ciò che diciamo da lungo tempo. Forse il cinema di Venezia 79, come quello di Venezia 78, Venezia 77 e giù a scendere, è lo specchio di una piccola parte di mondo? Il pezzo di Gosetti, infatti, porta a sostegno della sua tesi film trasversali ai concorsi in cui il focus non è solamente il fatiscente mondo occidentale. Prende a riferimento il tema dell’identità per raccontarne una visione più universale attraverso altri film, oltre a quelli noti. Ecco quindi che troviamo all’appello del Delegato la pellicola argentina in concorso Argentina 1985 in cui il regista Santiago Mitre non ha tempo di cercare l’identità sua e della sua nazione; poi, e citiamo: “gli algerini Adila Bendimerad e Damien Ounouri con La dernière reine fanno i conti con la storia dimenticata più che con l’ossessione del futuro; la bosniaca Teona Mitevska (The happinest man in the world) sente soprattutto l’urgenza del presente e il giapponese Kōji Fukada in Love Life affronta l’esibizione del dolore, mestiere difficile nella cultura espressiva orientale”. Gosetti, poi, include in questo elenco anche Saint Omer e Bentu del narratore Salvatore Mereu come esempi del respiro del mondo, di un contesto altro rispetto a quello che è citato nei giornali. Conclude, affermando che per la Mostra è certamente necessario confrontarsi con la logica del marketing e dello star system e afferma anche che tutto ciò che non brilla sul red carpet non trova spazio sui giornali, ricordando Lav Diaz, Sergei Losnitza, Jafar Panahi. A conclusione, punta il dito non tanto nei confronti dei direttori delle tre sezioni della Mostra, Alberto Barbera, Beatrice Fiorentino e Gaia Furrer, ma anche nei confronti degli spettatori, troppo pigri per non andare oltre a ciò che i media propongono. Queste le parole di Gosetti.

Il suo editoriale, come già detto in precedenza, ci trova d’accordo. Alla Mostra passa tanto, ma proprio tanto cinema, ma poi di quali film ci ricordiamo? Forse resterà una memoria maggiore dei red carpet di Harry Styles o di Timothée Chalamet o di Ana de Armas o delle parole cocenti di Gianni Amelio in conferenza stampa o dei grandi sorrisi e delle foto patinate degli attori più famosi o ci ricorderemo solo dei film che escono su Netflix? E i temi, i pensieri, gli argomenti, le visioni? Solo una piccola parte della stampa, tra cui a ragione ci poniamo dentro, vede e analizza quello che potrebbe essere più concettualmente interessante, le sfide della visione, i possibili nuovi canoni del fare cinema, cercando, poi, al termine di dare delle conclusioni che non raccontino solo il superficiale, il colore, il gossip. E quindi, perché proporre così tanto cinema se poi gli addetti alla Mostra sono i primi a non parlarne? Perché, e qui torniamo ai problemi già espressi nel nostro editoriale di commento alla selezione di fine luglio, non dare una maggiore connotazione organica alle selezioni soprattutto al concorso, al fuori concorso e a Orizzonti, così da poterne parlare e discuterne? Perché la Mostra, nella sua figura principale del direttore artistico Barbera, non si lancia in sfide di selezioni meno ruffiane, per accogliere in concorso la disperazione di Lav Diaz nel raccontare ciò che rimane delle sue Filippine o mostrare la verità storica dei documentari di montaggio di Losnitza o azzardare con la Marcia su Roma di Cousins in un equilibrio migliore con il marketing e le stellette varie. Forse se la selezione fosse di un numero minore di film, più precisa, meno massificata, più calibrata, forse nella carta stampata (che soffre di una noia molto forte, soprattutto la parte cartacea nostrana) troverebbero più spazio le storie del cinema della Mostra e ciò che al mondo vogliono dire in maniera più universale e non soltanto occidentale. Siamo sempre lì, cari lettori. Battiamo su questo argomento, perché per noi è molto importante. Il cinema non è solo la premiere, ma anche il suo contenuto!

A corredo di queste parole, interroghiamo proprio la stampa! Torna il nostro approfondimento sul pagellino mon amour del Ciak in Mostra. Vogliamo approfondire questo strumento di verifica a coronamento di quanto detto sopra e per farvi capire come spesso le visioni siano eterogenee, ai limiti della miopia. Vediamo, dunque, che ci dice il pagellino delle nostre brame! Nel folle programma della Mostra di quest’anno oggi sono stati presentati gli ultimi tre film di Venezia 79: No Bears di Jafar Panahi, Chiara di Susanna Nicchiarelli e Les miens di Roschdy Zem, pertanto il nostro racconto del pagellino si concluderà domani. Cominciamo con le valutazioni, quindi, partendo dalla stampa italiana. Al momento lo scettro è in mano a Bones and All di Luca Guadagnino con una media delle stelle di 3,9/5. Al secondo posto si colloca The Banshees of Inisherin (3,8/5) mentre sul gradino più basso del podio si colloca Saint Omer con una media voto di 3,7/5. Blonde non ha conquistato la stampa italiana. Il Corriere gli assegna 1,5 stelle, come il Manifesto (una stella), molte 2 stelle e solo Il Giornale lo vota con 3 stelle. Anche The Son ha deluso, raggiungendo una media voto di 2,2/5. Hanno invece, convinto la stampa italiana, Love Life con 3,5/5; Il signore delle formiche e Argentina 1985 con 3,4/5; All the Beauty and the Bloodsheed con 3,1/5; poi sotto Athena con 3/5; si attestano molto staccati tutti gli altri film. Insomma pare che la stampa italiana sia stata molto attenta alla storia e al recupero della memoria; ai problemi dell’uomo, soprattutto occidentale, e si sia lasciata affascinare da visioni innovative, anche se non lo sono per il resto del mondo, come dimostrano i buoni voti ai film di Fukada o quelli discreti al film di Gavras. Allo stesso tempo ha condannato, globalmente perché nei singoli voti c’è ancora più confusione, le visioni magari un po’ troppo consolidate o non proprio innovative, come per Monica, L’immensità, White Noise, Bardo, Un couple.

blankAll’estero, che si dice? Del pagellino della stampa estera, di cui non è offerta la media voti e non sappiamo, né capiamo il perché, notiamo che le pellicola di Andrew Dominik non ha conquistato la maggior parte di loro. Frankfurter Rundschau e The Observer hanno assegnano 4 stelle, mentre Screen International ha proprio detestato il film dandogli una stella. Non se la passa meglio nella votazione Beyond the Wall che ha ammaliato solo The film verdict (4,5 stelle), mentre Saint Omer, All the Beauty and the Bloodsheed e Tár hanno convinto tutti, tra cui spiccano molte cinque stelle. A Le Monde invece il concorso non è piaciuto; infatti, ha assegnato di media 2 stelle a quasi tutti i film, tranne 4 stelle alla pellicola di Alice Diop. Di segno opposto The Hollywood Reporter che invece ha premiato con ottime votazione tutti i film, ma non ha del tutto apprezzato Monica dandogli 2 stelle, e i film di Zeller e Dominik votati con 2,5 stelle. I voti della stampa internazionale alla quasi conclusione della Mostra sono abbastanza eterogenei, forse anche di più di quella italiana. Non sembra primeggiare un film, né tanto meno è difficile trovare uno che abbia deluso globalmente (forse solo la pellicola di Pallaoro ha raccolto votazioni basse tra quelli che l’hanno visto). Poi ci sono le discordanze evidenti tra i due pagellini. The Whale ad esempio, è piaciuto alla stampa estera, collezionando molte 4 stelle, mentre quella italiana l’ha condannato con una media voto di 2,5/5. Anche Les enfants des autres ha ottenuto una buona media voti per gli osservatori extra nazionali, mentre la stampa nostrana ha assegnato una media voto bassina, 2,5/5.
Domani avremo il profilo completo dei voti e capiremo quale film di Venezia 79 ha conquistato la stampa. 

blankPer Panahi gli orsi non esistono. Non c’è molto da dire sul nuovo film di Jafar Panahi dal titolo No Bears, perché è un film chiaro, semplice, diretto e senza troppi fronzoli. Dal 2010 al regista è stato tolto il permesso di girare nuovi film, di rilasciare interviste e di spostarsi dall’Iran per vent’anni. Quindi come è stato per This is not a film (2011), Closed Curtain (2013), Taxi Teheran (2015) e Tre volti del 2018, anche quest’ultima pellicola è girata in clandestinità. Il regista si trova in un villaggio nei sobborghi di Teheran probabilmente per effettuare un reportage sulla popolazione locale. A distanza gira un film proprio a Teheran. Le due storie si muovono parallele, due storie d’amore in cui gli innamorati sono tormentati da ostacoli nascosti. Nel villaggio è proprio lo stesso Panahi che innesca un gioco di gelosie tra due uomini che amano la stessa donna a causa di una sua foto, mentre nel film il potere d’amore tra i due protagonisti è segnato dalla volontà di accettare il loro destino: abbandonare insieme sotto falso nome il loro Paese. Sullo sfondo, in entrambi i contesti, ci sono due elementi che caratterizzano l’Iran contemporaneo: la forza della superstizione e le dinamiche del potere. Sia che si tratti di un villaggio rurale, pieno di pietre e case fatiscenti, in cui i rituali sono rigide promesse di un futuro migliore, sia che si tratti della modernità di una città, il potere, le sue leggi, i suoi dogmi, le sue rigidità e la mancanza di eccezioni, tutto questo interrompe il lavoro del regista. È, quindi, la verità, il mostrare lo stato della cose (vi ricordate cosa diceva Lav Diaz a riguardo della conferma della verità?) e come lui sia costretto a nascondersi e nascondere il suo lavoro, sono le essenze della pellicola. A ragione di ciò Panahi linguisticamente ha solo una potentissima arma ossia la parola; nei toni tristi e amareggiati dei cittadini del villaggio che gli chiedono di allontanarsi non per il loro volere o nella voce graffiante e disperata dell’attrice del suo film che reclama al regista di dire il vero e non una storia di fuga, risiede la capacità di narrazione di No Bears. Il finale è un punto fermo, è una presa di posizione di Panahi. Questo è quanto. È superfluo dire che No Bears va visto e che la sua collocazione nel concorso di Venezia 79 è un atto dovuto a un regista che combatte contro un nemico subdolo che vuole sfiancarlo (almeno in questo caso la selezione di Barbera ha colto nel segno). Gli orsi esistono e sanno far male.

blankUltima parola a Winding Refn. Abbiamo seguito la conferenza stampa di Copenhagen Cowboy, nuova serie tv di Nicolas Winding Refn (targata Netflix) che a Venezia 79 è stata presentata fuori concorso. Il regista danese è arrivato in conferenza stampa attorniato dalla moglie, Liv Corfixen e dalla figlia, Lola Corfixen, vestito del suo completo nero e con un’aria ascetica, lenta, misurata e con la stessa identica modalità ha risposto alle domande. Brevemente, la serie. La storia gira attorno a un’eroina, Miu (Angela Bundalovic), che viaggia nell’inferno criminale della capitale danese tra le mafie cinese, serbo-albanese e araba. A mano a mano che si sviluppa la sua storia, emergono le doti sovrannaturali della donna, fino a portare in scena un altro personaggio con cui lei dovrà scontrarsi. La serie si presenta come un lunghissimo lungometraggio, tant’è che non pare essere visibile la cesura tra gli episodi; stilisticamente sembra abbracciare molti generi e infatti Refn a riguardo ha affermato: “Le cose dipendono molto dal mio umore, da come mi sveglio la mattina e sulla base di ciò provo la creazione artistica che arriva come una reazione spontanea, proprio come nei social media. Voglio distruggere i canoni dei generi”. Lo show di Refn è quindi iniziato! Ha poi aggiunto in merito al personaggio di Miu: “Voglio creare sempre qualcosa di diverso sulla matrice dello stesso personaggio. Questa volta ho scelto un’eroina che ho chiamato Miu in riferimento alla linea di Prada”. Sulla scelta della Bundalovic ha detto che cercava una ballerina professionista che parlasse serbo e dopo un lungo casting ha trovato appunto questa attrice che di professione faceva appunto la ballerina. Sul titolo della serie, invece, Refn ha affermato che, “Cowboy e Copenhagen sono due nomi con una forte connotazione sessuale e che questo sarebbe piaciuto al pubblico, soprattutto quello più giovane”. Ha poi detto che a lui piace andare lento e girare con lentezza, perché il mondo va un po’ troppo e spesso veloce.

Ci siamo! La programmazione di Venezia 79 è terminata. Domani sarà presentato il film di chiusura, The Hanging Sun di Francesco Carrozzini e poi le proiezioni dei film premiati. Domani a congedo di questa lunga cavalcata durata dieci giorni, faremo un po’ di previsioni e ci divertiremo a ipotizzare il palmares della Mostra del Cinema 2022. Quindi, ci vediamo domani. Per scriverci: staff.linkinmovies[at]gmail.com.

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