Il libro, luogo della teologia

Al passaggio tra il 1900 e il 2000, una ventina d’anni fa, Italo Calvino notava che il millennio trascorso «è stato il millennio del libro, in quanto ha visto l’oggetto-libro prendere la forma che ci è familiare. Forse il segno che il millennio sta per chiudersi è la frequenza con cui ci si interroga sulla sorte della letteratura e del libro nell’era tecnologica, cosiddetta postindustriale (…). La mia fiducia nel futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici» (Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Mondadori, Milano 2002,4)

Quanto Italo Calvino dice del «millennio del libro» vale anche per il libro di teologia: tutti noi abbiamo vissuto il libro come strumento privilegiato di sapere, come luogo naturale ove cercare e praticare teologia. La connessione libro-teologia è talmente pacifica che, tra le condizioni stabilite dalla competente autorità della Santa Sede per riconoscere una facoltà teologica, c’è quella della presenza di una biblioteca funzionante.

La biblioteca è una componente fondamentale di una università, un dato essenziale, allo stesso modo del corpo qualificato di docenti e del sufficiente bacino di utenza. Si potrebbe pure ricordare che la struttura tipica dei monasteri dell’epoca d’oro era organizzata attorno a due ambienti simmetricamente disposti: la chiesa e la biblioteca.

L’immagine grandiosa dell’abbazia di Maria Laach, culla della rinascita liturgica in Germania nel secolo scorso, con i due blocchi simmetrici, strutturanti la vita e lo spazio monacale. E bibliotheke farmakon thes psukés: la biblioteca è farmaco dell’anima, ho trovato scritto in greco sul portale solenne di un’antica biblioteca.

Più che sui princìpi, allora, è opportuno fissare l’attenzione sugli interlocutori che il binomio libro-teologia chiama in causa. Che sono fondamentalmente tre: l’autore, l’editore e il lettore. Tra editore e lettore va inserita la figura del libraio, ridotta nel comune sentire a puro luogo di fornitura dell’oggetto libro, e in realtà punto determinante (oggi particolarmente critico) nella diffusione di questo strumento del sapere. Ed è un problema che mette sul tappeto troppi e gravi aspetti tecnici ed economici per trattarne in questa sede.

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L’editore è il soggetto attraverso cui l’autore raggiunge il lettore, producendo il luogo dell’incontro che si chiama libro. È, in certo senso, un parallelo della scuola-università, che rende possibile l’incontro tra professore e studente. Per comprendere dall’interno il ruolo dell’editoria teologica in Italia procediamo per gradi.

La dislocazione della teologia dal centro al corpo ecclesiale

Fino al concilio Vaticano II e agli anni ’70, le facoltà di teologia in Italia erano concentrate a Roma nelle università pontificie; la diffusione della teologia avveniva per ricaduta nei seminari, finalizzati direttamente alla formazione del clero. L’editoria teologica assumeva la fisionomia dei manuali di testo, con un circuito di diffusione specifico e limitato. I libri liturgici e devozionali erano pubblicati dagli «editori pontifici», che operavano in regime di ufficiosità; testi di teologia o di riflessione sul cristianesimo venivano pubblicati in Italia da pochi editori, tra i quali si possono ricordare Vita e Pensiero, Morcelliana, SEI, Paoline.

Il concilio Vaticano II, con i dibattiti interni e con i documenti pubblicati ha rappresentato:

1) una riforma vera del pensiero teologico e del modo di proporsi della chiesa: ha modificato la teologia in tutti i suoi settori (dogma, morale, liturgia, diritto, interlocuzione con le società e le culture…);

2) è stato un luogo di elaborazione teologica e costituisce un ripensamento radicale e strutturale della liturgia e dei riti, fino a mettere in causa i testi, la lingua e il luogo del rito. La riforma liturgica, alla quale queste parole rimandano, è solo uno dei grandi temi del Vaticano II, ma è quello che tocca più direttamente il tema del libro, ed è quello che più direttamente ha modificato il modo visibile e pubblico di porsi della chiesa con i suoi riti.

Mi soffermo solo su due punti: il luogo della celebrazione (l’edificio chiesa nella sua articolazione), i testi della celebrazione (dal messale che contiene tutto alla piccola biblioteca costituita da messali, da lezionari, da rituali per ogni circostanza. Non a caso questi vocaboli sono al plurale).

La riscoperta e l’obbligatorietà per il credente della doppia mensa (il pane e la parola) ha imposto alle comunità un nuovo modo di concepire la chiesa-edificio e il rito-Presenza. Nell’edificio, due diventano i poli di riferimento: l’ambone e l’altare; nella celebrazione la Parola diventa Sacramento. Se la Parola letta e proclamata è al centro del rito, viene chiamato il causa il libro. E il libro per eccellenza è la Bibbia.

Dal punto di vista editoriale, prima del Vaticano II ogni parroco doveva avere 4 libri: il messale, il breviario, il rituale e (forse) il codice di diritto canonico. La riforma del rito della messa e dei sacramenti, che mette al centro la Parola, impone i messali, i lezionari, i rituali al plurale, e anche i codici, che diventano due, quello per la Chiesa latina e il Codice dei canoni delle chiese orientali: una biblioteca vera e propria, come sanno i parroci e chi partecipa seriamente alla liturgia.

E naturalmente messali, lezionari, rituali e codici vanno compresi per essere applicati. Con il Vaticano II e la fucina di idee che esso rappresentò nasce in Italia l’epoca delle traduzioni teologiche.

I giovani professori sfornati dalle università pontificie si fanno traduttori e divulgatori delle idee dibattute in concilio, fanno conoscere in Italia gli orientamenti novatori espressi nelle università francofone, fiamminghe e tedesche; attecchisce subito l’ecumenismo e si leggono con sorpresa i primi teologi del terzo mondo.

Le case editrici sono protagoniste in quest’opera di divulgazione e di esplosione dell’interesse teologico: è la «stagione delle traduzioni», soprattutto dal francese e dal tedesco. (Ragione del mio scegliere il tedesco come seconda lingua straniera invece dell’inglese… e quanto mi è servito in oltre quarant’anni di Fiera del libro di Francoforte).

Gli effetti di questa stagione sono molteplici.

L’applicazione pastorale del Vaticano II in Italia

In poco più di un decennio, tra il 1962 e il 1975 il panorama teologico italiano cambia sostanzialmente per effetto del prodotto libro. È indubbio che attraverso l’editoria cattolica la Chiesa italiana ha conosciuto e assimilato la teologia dalla quale sono nati i testi del Vaticano II. Subito a ridosso de concilio, la teologia italiana passa dalla «stagione delle traduzioni» alla stagione della «competenza acquisita»; per merito della seminagione nelle università pontificie, per i numeri e le capacità del personale ecclesiastico, e per l’imprenditorialità dell’editoria cattolica.

Dalla produzione autonoma propria trae giovamento la Chiesa locale. Dire teologia significa dire una Chiesa che pensa. Le case editrici sono state palestra e punto di riferimento nel dare visibilità al pensiero teologico nel nostro paese.

Gli effetti di questa «competenza acquisita» emergono con forza nei decenni del postconcilio: la nostra Chiesa ha progettato il rinnovamento della catechesi (non si sottovàluti un’impresa come quella di scrivere tutti i catechismi per fasce di età); ha lanciato piani pastorali sempre più consapevoli del dato conciliare e delle trasformazioni socio/culturali in atto; ha prodotto i testi liturgici largamente arricchiti rispetto alle altre edizioni. Catechesi, rinnovamento della pastorale, liturgia, pastorale biblica: sono quattro settori in cui si è espressa in modo significativo la vitalità della Chiesa italiana.

Una vitalità di cui l’editoria è, in larga parte, causa. Andando appena a sessant’anni fa, quando in Italia la teologia era tutta e soltanto nelle università pontificie a Roma, si può misurare sulla distanza quale ruolo positivo per tutte le articolazioni della Chiesa italiana ha svolto l’editoria cattolica, e il personale religioso e laico che vi ha operato e vi opera.

All’inizio l’editoria

In diverse circostanze pubbliche, anche come presidente dell’Unione Editori e Librai Cattolici Italiani (UELCI), ho avuto occasione di sottolineare che la forte presenza dell’editoria religiosa è uno dei tratti tipici del cattolicesimo italiano. L’UELCI è giunta a raggruppare 55 editori e un centinaio di librerie (tra queste quattro catene: Paoline, San Paolo, LDC, Àncora). Per comprendere il fenomeno editoriale cattolico nel nostro paese vanno sottolineate alcune caratteristiche specifiche:

  • in questo corposo fenomeno, un fatto di rilievo è costituito dalla presenza degli istituti religiosi: 13 su 55 editrici sono emanazione di una congregazione religiosa e tra queste 13 ci sono alcune delle più importanti editrici cattoliche, come ad es. San Paolo, LDC, SEI, Il Messaggero, Dehoniane, Paoline, Àncora, Queriniana… Ciò significa che una consistente fetta di personale ecclesiastico è impegnata nell’attività culturale e che l’editoria cattolica si presenta sia come fatto di produzione culturale sia come forma di apostolato.
  • È un’attività che viene da lontano, così da segnare la storia del mondo cattolico negli ultimi cent’anni. Il radicamento nel tempo è testimoniato dagli stessi nomi di alcuni editori; si pensi a Libreria Dottrina Cristiana (LDC con il termine dottrina); all’editrice Studium (nasce nel 1927 a opera di G.B. Montini e I. Righetti, e il nome latino le deriva dai Laureati Cattolici); l’editrice La Scuola viene fondata nel 1904; la SEI inizia l’attività con altro nome nel 1908; Cantagalli è stata fondata nel 1923; l’Àncora è costituita nel 1934; la Elledici opera dal 1941; Città Nuova inizia le pubblicazione nel 1959.
  • La stagione del concilio e del postconcilio rappresenta un momento di entusiasmo nelle idee e nelle iniziative. L’effetto di questa stagione sull’editoria è quello
  • della morte di alcuni editori: finisce, in Italia come all’estero, l’epoca degli «editori pontifici» (Daverio, l’esclusiva di Marietti, Desclée, Pustet…), chiudono editori gloriosi di musica sacra (sono cambiati i riti e la loro lingua).
  • di trasformazioni profonde: alcuni editori da protagonisti della produzione religiosa e teologica diventano comprimari (Vita e Pensiero, Morcelliana), altri passano dalla prevalente attività tipografica a una connotazione più spiccatamente editoriale (Àncora), altri ancora sono spinti a riorganizzazioni interne (Paoline e San Paolo), alcuni, come l’AVE, passano da editori di associazione a editori di forte presenza in libreria;
  • nascita o rinascita di nuove editrici: Gribaudi, Borla, Dehoniane Napoli poi Roma, Dehoniane Bologna, Massimo, Jaca Book e la riqualificazione di Queriniana.
  • alcune di queste editrici sono espressione dei nuovi movimenti ecclesiali e di spiritualità o di associazioni ecclesiali: Città Nuova, AVE, agli inizi Jaca Book e altre minori.
  • A questo punto è d’obbligo citare in positivo l’editrice Il Mulino per la sua «Collana di Studi Religiosi», che si apre con due testi classici: J. Barr, Semantica del linguaggio biblico e K. Barth, Dogmatica ecclesiale (1969). È una testimonianza di come il fenomeno religioso può essere considerato oltre le chiese e il cristianesimo, perché il senso religioso costituisce una componente non cancellabile dell’umano ed è cultura. E allora, accanto a Il Mulino, è d’obbligo citare oggi tra gli editori seri di cultura religiosa anche Carocci e Rubbettino. Appunto per sottolineare questo allargamento alla cultura laica è programmato l’intervento della professoressa Francesca Cocchini, emerita di storia del cristianesimo all’università La Sapienza di Roma.
Assieme agli editori le associazioni teologiche

Prima del Vaticano II l’unica associazione teologica italiana a dimensione nazionale era l’Associazione Biblica Italiana (ABI). La sua rivista scientifica, Rivista Biblica, ha ora 70 anni di pubblicazione e ad essa si sono poi aggiunte Ricerche storico-bibliche, pure a livello scientifico, e Parole di Vita a livello divulgativo.

L’ABI ha pubblicato presso le EDB un grosso volume (676.000 caratteri) dal titolo Un secolo di studi biblici in Italia. Biblisti italiani del Novecento, a cura di R. Fabris e scritto da un gruppo di biblisti. Il volume presenta una settantina di ritratti di studiosi italiani della Bibbia, defunti, che con i loro scritti e la loro attività hanno animato dall’interno la cultura e il sentire della Chiesa italiana. Va ricordato che, accanto alle riviste, l’ABI cura una collana di approfondimento scientifico, giunta a una settantina di volumi.

Dopo il Vaticano II, il fermento di ricerca proprio di quella stagione ha portato al costituirsi di diverse associazioni teologiche. L’Associazione teologica italiana per lo Studio della Morale (ATISM, 1966), l’Associazione Teologica Italiana (ATI), l’Associazione italiana dei professori di storia della Chiesa (1967), l’Associazione professori e cultori di liturgia (APL, 1972), l’Associazione degli studiosi di diritto canonico, l’Associazione dei catecheti (AICA), la Società italiana per la ricerca teologica (SIRT 1989), l’Associazione Mariologica Interdisciplinare Italiana (AMI 1991), il Coordinamento delle Teologhe Italiane (CTI 2003).

Una varietà e ricchezza che ha sentito la necessità di darsi un coordinamento, se non altro per conoscersi, il Coordinamento Associazioni Teologiche Italiane (CATI). Ognuna di queste associazioni organizza convegni professionali di studio, diverse hanno un periodico scientifico ufficiale o curano collane in proprio, presso editori o centro di studi.

Vale la pena indicare tre risultati diretti di queste associazioni. 1) Al loro interno o su loro iniziativa sono nati Manuali di studio per i vari comparti della teologia. Cioè hanno contribuito in modo diretto alla crescita della teologia nel clero e negli operatori della pastorale. 2) Dagli iscritti più attivi delle associazioni hanno attinto i vescovi locali e la dirigenza della CEI per l’animazione di programmi pastorali e realizzazioni storiche della chiesa nel nostro paese.

Basti ricordare la traduzione in italiano della Bibbia (1971, 2008), la stesura dei catechismi nazionali per fasce di età (non si sottovaluti un’operazione di questo tipo, perché implica competenze e cultura non ordinarie), l’edizione italiana dei libri liturgici (messale ampliato nelle orazioni domenicali, nelle preghiere eucaristiche, con il messale/lezionario della Madonna – nei miei soggiorni in Spagna o Germania ho verificato che nei libri liturgici di quelle chiese non ci sono simili dilatazioni), i vari programmi decennali di pastorale che hanno caratterizzato la vita della CEI negli ultimi cinquant’anni.

Una teologia italiana

Prima del concilio la teologia in Italia era rappresentata dalle università pontificie di Roma. Con la trasformazione del postconcilio, nascono nuovi soggetti del fare teologia: gli editori e le associazioni teologiche vanno messi in primo piano. Si passa dall’importazione alla produzione in proprio. Dopo la fase delle traduzioni (occorreva svecchiare la teologia curiale e italiana…), i traduttori diventano autori capaci di dare panni italiani alla teologia, alla catechesi, alla liturgia e alla pastorale.

Senza la forte presenza organizzata dell’editoria religiosa e di ciò che essa ha prodotto per crescita dell’intero popolo di Dio, la chiesa italiana sarebbe più povera di pensiero e di interiorità, più povera di formazione e più povera nella pastorale.

C’è una caratteristica della teologia italiana? Sì e del tutto positiva: il suo riferimento costante alla pastorale. Cioè, è funzionale alla crescita del popolo di Dio.

Un aspetto che la differenzia in modo significativo dalla situazione francese, che si è esercitata sull’alternativa «teologia en église o teologia en Sorbonne» e da quella tedesca, che ha vissuto la sua presenza istituzionale nell’università di stato dapprima come una fortuna, ma poi ne è rimasta soffocata per l’indebolirsi del riferimento alla pastorale.

Gli editori sono stati determinanti nel valorizzare il crescere della teologia in Italia, perché

  • hanno favorito il trasformarsi dei nostri teologi da «traduttori» in «autori».
  • hanno reso possibile la pubblicazione dei periodici delle facoltà e delle collane delle associazioni.
  • hanno fatto opera di committenza a singoli autori, organizzando con loro filoni di ricerca e itinerari culturali.

Cioè gli editori hanno rappresentato un soggetto pensante almeno quanto le facoltà teologiche.

Il lettore o l’utente

Il lettore è il terzo soggetto chiamato in causa dal binomio teologia-libro. Da quanto ho detto finora è evidente che i due primi soggetti trovano possibilità di vita e legittimazione soltanto in forza di un terzo ospite: il lettore. Anche qui vale il detto «o si reggono assieme o assieme cadono». Il lettore del libro di teologia si chiama «corpo vivente della chiesa». «Vivens homo», l’uomo vivente è il titolo della rivista della Facoltà Teologica di Firenze e dell’Italia Centrale.

Gli editori di teologia e di religione in Italia hanno possibilità di vita soprattutto per il fatto che la nostra Chiesa è ancora una realtà viva e innervata nella società. Il bacino di utenza dell’editore di teologia è costituito soprattutto dal pubblico che gravita attorno alla Chiesa (parrocchie, movimenti, istituzioni religiose…). Senza questa sottolineatura di attualità ecclesiale, non si capisce lo sviluppo conosciuto dall’editoria religiosa negli ultimi cinquant’anni e non si capisce perché in Italia la maggior parte dell’editoria religiosa sia gestita congregazioni religiose o da enti ecclesiastici.

L’interrogativo più grande per questa situazione è dato dalla progressiva e radicale secolarizzazione che avanza con le nuove generazioni. Per quanto tempo ancora la «società del campanile», che trova nella struttura ecclesiale un riferimento quasi naturale, reggerà di fronte al cambiamento di senso indotto dalla cultura del consumo, dell’immediato, del soggettivo e dell’apparire? Gli indicatori che vengono da società come i Paesi Bassi, la Francia e la Germania sono tutt’altro che a favore della continuità. E questo è il tema che più di ogni altro merita approfondimento.

«La rivoluzione del Concilio Vaticano II e il fiorire dell’editoria cattolica» è il titolo che gli organizzatori hanno dato a questo incontro. È realismo riflettere che dopo la fioritura vengono altre stagioni, nelle quali ahimè siamo già entrati.

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