Il mistero della zingara

Il primo romanzo del magistrato e scrittore salernitano Antonio Valitutti, presentato a Roma, intriga il lettore e gli regala qualche spunto per pensare

Il (nuovo) libro

Antonio Valitutti ama leggere. Questo si vede. E ama scrivere. Non solo sentenze, alcune particolarmente significative, a lasciare il segno nella sua lunga attività di consigliere, e ora presidente della prima sezione civile, della Corte di Cassazione, ma anche saggi, trattati, poesie. Al romanzo arriva con “Il mistero della zingara”, pubblicato da Edisud Salerno nella collana Nuovi Orizzonti, trasportato e trasportando i lettori in una trama a due livelli. Un primo piano, per così dire, “dei fatti”, che vede un avvocato, appartenente ad una famiglia illustre, originario di una cittadina del Mezzogiorno, ritornare nella città natale richiamato da un difficile caso di stupro ed omicidio di una giovane donna, dove sono coinvolti alcuni suoi amici di un tempo. Il secondo, sul piano “della memoria”, quando riaffiora in lui, a tormentarlo, un ricordo sopito a lungo, quello di una profezia che una zingara gli fece da ragazzo, e che non è mai riuscito a decifrare. I due piani da paralleli andranno, naturalmente ad intrecciarsi. Il delitto non resterà isolato, altri lo seguiranno, affini nelle circostanze e nelle modalità e a complicare il caso l’intreccio con un traffico di droga esteso lungo tutto lo stivale. Il protagonista si troverà inevitabilmente a fare i conti con quella che è tuttora a tratti una mentalità ristretta e provinciale, propensa a chiudersi a riccio nella difesa dei propri interessi e nella acquiescenza al potere dei notabili del posto. Tuttavia, l’aiuto di un pubblico ministero milanese – che, come l’Autore, ha anche una vena artistica che traduce nel suo caso e con successo nella pittura – gli permetterà di chiudere il cerchio delle sue indagini. L’ambientazione nel Sud e le suggestioni gitane regalano al racconto impressioni cromatiche e magiche capaci di colorarlo e impreziosirlo, fino al suo epilogo finale che qui non sveliamo.

Attorno al romanzo

La presentazione del libro dello scorso 12 settembre, presso l’Hotel Le Meridien Visconti di Roma, era presenziata dal dott. Piero Curzio, Presidente della Corte Suprema di Cassazione, che ha aperto il dialogo sull’uomo di legge Antonio Valitutti, di cui ha voluto lodare lo stile e la chiarezza di scrittura come la conosce dalle sue tante sentenze, uno stile che gli consente – ha detto – di scrivere in modo avvincente pur trattando una materia come il diritto. Accanto a lui un esponente del mondo giudiziario, il Prof. Claudio Scognamiglio, ordinario di Diritto civile presso l’Università Tor Vergata e Presidente dell’Associazione dei civilisti italiani, e di quello culturale, con il dott. Maurizio Isita, caporedattore del giornale Radio Rai, esperto di cronaca nera. I due fili rossi, quello della giustizia e quello artistico-culturale, del percorso del magistrato-scrittore, entrambi visibili nel fitto ordito del libro. Di fronte ad un qualificato parterre di addetti ai lavori del mondo giuridico, in questa occasione, con poche eccezioni, un confronto tra relatori e autore da cui è emerso come “Il mistero della zingara” non sia propriamente, o meglio non solo, un ‘giallo’ – genere che negli ultimi tempi sta vivendo peraltro una sua brillante stagione, complici i tanti magistrati e avvocati che vi si sono cimentatisi –, ma un’opera di respiro più ampio, attraverso cui l’Autore ha inteso veicolare personali riflessioni su grandi temi e mandare – perché no? –  qualche messaggio ai suoi lettori.

Botta & risposta con l’Autore

2duerighe era alla presentazione romana del libro. Attraverso le domande all’Autore, suggerite ai relatori dalla lettura del romanzo, e le sue riflessioni, è possibile “raccontare” il progetto editoriale di Valitutti, senza però svelare troppo della trama, per non rovinare la sorpresa ai lettori.

Lungo tutto il libro, ambientato al Sud, emerge un’analisi severa, dura, dell’ambiente della città di provincia, descritto una volta di più, ma stavolta da uno scrittore che vi appartiene, come chiuso, omertoso oppure pettegola. Perché?

Io sono nato in una cittadina di provincia, anche se oggi Salerno è molto cambiata naturalmente. E ho personalmente sofferto dell’abitudine diffusa di parlare rigorosamente alle spalle delle persone, senza dare loro la possibilità di difendersi, senza mai favorire l’incontro delle due versioni possibili di una stessa storia. E la maldicenza può arrivare ad uccidere. Quando invece così come nella giustizia anche nella vita reale va perseguito, come possibile, il vero. Nel confronto, “duellum”, vorrei dire, nel senso etimologico del termine . Ho voluto dare un ammonimento.

Definire questo romanzo un giallo pare ben presto riduttivo. Se è verso che sempre più magistrati si cimentano nel legal thriller, qui si riconosce uno spunto metodologico diverso e ad essere esposto è il punto di vista largamente autobiografico dell’autore e molte delle sue idee-forza. E per rappresentare questi valori ha scelto innanzitutto la figura di un avvocato, Luca Pogliani. Come mai?

È vero, in molti libri scritti da giudici quello che viene descritto è sostanzialmente un processo. Ma il processo, come scriveva Giuseppe Capograssi[i] “è vita”, è “l’unico momento in cui l’esperienza si ferma, ritorna sui suoi passi, ripensa quello che ha pensato, riflette pacatamente su quello che ha fatto nella immediata e ardente spensieratezza del suo primo erompere, e cerca di ricomporre le cose, di rifare se stessa secondo la ragione e la volontà obiettiva della legge. Il processo è la vera e sola ricerca del tempo perduto che fa l’esperienza pratica: il tempo che si ripresenta, il fiume che risale verso la sorgente, la vita che si coglie nella sua lacerazione e si reintegra nella sua unità.”

”. Ed è proprio l’avvocato, promotore di tutele, colui che raccoglie la vita nei momenti del dolore per portarla innanzi al giudice. Per questo, in un’ottica di amore per una autentica giustizia, ho affidato ad un avvocato il ruolo di protagonista e interprete di quelli che sono i miei valori. Grazie anche all’incontro nella mia vita professionale con alcuni di questi avocati promotori di giustizia che hanno avuto il coraggio, ad esempio, di proporre ricorsi “scomodi” per provvedimenti d’urgenza. Per questo e poi anche per un’altra ragione. Come nasce l’ispirazione per un romanzo? Davanti alla pagina bianca lo scrittore può decidere di sviluppare un tema o di partire da uno o più personaggi. Io ho visto Pogliani, personaggio che “ha bussato alla mia porta ed è restato a dormire. E così è nato il romanzo” (cit. Dacia Maraini, n.d.r.). Ecco, è andata più o meno così.

Attraverso il compimento della giustizia sostanziale abbiamo quindi, lo si chiarisce nelle ultime pagine, un riscatto, una redenzione, anche rispetto ai mancati atteggiamenti di solidarietà riscontrati durante le indagini nella città di provincia. È così?

Esattamente. La giustizia è catarsi, nel libro la vediamo ad esempio nelle “lacrime ritrovate” della madre della vittima. E la catarsi nella giustizia è solidarietà. L’uomo tende alla giustizia, ma non è giusto in sé. Per questo ci sono gli strumenti solidali che lo aiutano a compierla. Laddove la violazione delle regole, invece, è sempre e solo un atto di egoismo.

Il libro contiene rimandi e citazioni di matrici culturali e anche musicali. Emerge la conoscenza e l’amore per la pittura, in particolare per gli Impressionisti e Renoir, risalgono le composite letture dello scrittore, Shakespeare, Pascal, traspare l’amore per la musica, anche con l’omaggio ad uno degli ultimi cantori della Napoli più autentica come Pino Daniele. Lungi dal considerarle esibizioni, la sensazione è quella di voler far passare così un’idea della cultura come fattore costitutivo irrinunciabile della persona nel suo insieme. È una sensazione giusta?

Assolutamente sì. Nel mio piccolo, umilmente, il libro vuole anche indicare una strada al lettore, invitandolo seppure nel pieno delle nostre frenetiche vite a fermarsi a riflettere, a pensare. Proprio di Blaise Pascal è la definizione dell’uomo come “una canna pensante”. La sua grandezza non è nello spazio, ne occupa poco, non è nel tempo, vive poco, ma nel pensiero. E il “ben pensare” sempre di pascaliana memoria a cui dovremmo tutti lavorare emerge quando il grado di cultura sale ed è così che la una cultura diffusa può contribuire alla costruzione di persone migliori e conseguentemente al loro agire per il bene comune.

Una domanda classica. Il mistero della zingara che apre il romanzo è un po’ una storia nella storia, anche se strizza l’occhio al soprannaturale. Perché, e perché dà il nome al libro?

Se il giallo è funzionale a permettermi di parlare di giustizia, se la descrizione della provincia con i suoi episodi di piccolezza ed emarginazione ha favorito un discorso sulle classi sociali e sulla necessità di attenzione verso i più umili e di maggiore sensibilità verso il dolore degli altri, la zingara può aprire  forse un terzo piano di senso. Miriam (il suo nome non è un caso) è ispirata ad una figura leggendaria napoletana, la Bella Mbriana, spirito buono che ama stare in compagnia con l’abitudine d’introdursi nelle abitazioni altrui, spinta da un fine nobile e benevolo, quello di portare armonia in casa. Come tutti gli spiriti, però, è un po’ capricciosa e tende a favorire solo le persone che le sono simpatiche. Chi riceve la sua visita deve sentirsi molto onorato: la Bella Mbrianaaiuta unicamente le persone buone e grate per quel che hanno. Quello che invece la indispettisce è udire affermazioni contro la famiglia o la casa: in sua presenza non bisogna mai dirsi scontenti della propria abitazione o lamentarne i difetti poiché lo spettro della donna renderebbe l’ambiente ancor meno ospitale. Fin qui la leggenda popolare. Ma in quella zingara – l’episodio peraltro è autenticamente autobiografico – è possibile vedere sicuramente molto altro. La sua profezia si avvera, seppure “in un mondo diverso, inta ‘a natu munno”. Un mondo nuovo, quello che con ottimismo (della volontà certo) ciascuno di noi può costruire. Una curvatura ottimistica nel libro esiste, anche nella sua chiusa, nella ‘redenzione’ della cittadina che vede all’orizzonte col suo sindaco un futuro positivo, quasi un new deal culturale. Esiste anche se, personalmente, parto da un profondo pessimismo di fronte alla realtà che ci circonda. Tuttavia, anche per me come per altri prima di me, fare leva sull’ottimismo impedisce di approdare al nichilismo. C’è una frase di Massimo Severo Giannini[ii] a questo proposito, in cui mi riconosco molto, che dice: “La condanna dei giuristi è quella di pensare sempre a nuove albe. Ma sono albe accorrenti e scomparenti”.

Livia Perego è il magistrato milanese incaricato del caso. Forse tra i due sarebbe potuto nascere qualcosa, forse no, il libro non chiude il cerchio su questo aspetto romantico. Ma è una donna che veicola un’’immagine indubbiamente positiva attraverso cui sembra si sia voluto lanciare un altro messaggio. Quale?

Per quella che è la mia esperienza, il Pubblico Ministero ha generalmente un problema. Tende ad interpretare il suo ruolo in direzione esclusivamente accusatoria. È il suo ruolo, certo, ma è possibile svolgerlo anche non fermandosi ad indizi molte volte solo apparentemente definitivi, ma autenticamente ricercando la verità. E questo magistrato nel libro lo fa, non si defila lei, del Nord, ma cerca di comprendere a fondo l’accusato del Sud. Entra nel merito di questo confronto tra culture e cerca, umilmente, di far trionfare la verità. Non una verità, ma la verità, quella che umanamente è possibile raggiungere, pur nella fallibilità umana. È proprio il dubbio che ci fa crescere. “E’ presunzione pensare che non esistano certe realtà, solo perché la nostra mente è incapace di attingerle” taglia corto così infatti uno dei personaggi, il professor Polito, nella sua conversazione col protagonista.

Il mistero della zingara. Perché leggerlo

Esperienze maturate nella lunga carriera del giudice ed echi apertamente autobiografici dell’uomo Antonio Valitutti si fondono quindi nelle quasi duecento pagine di un libro ben scritto da cui traspare una fantasia feconda ed un indubbio omaggio – seppure critico – al suo Sud, non solo nelle sonorità del dialetto parlato da alcuni dei personaggi, o nei colori e nei particolari unici e riconoscibili di certi paesaggi anche urbani, ma pure, in trasparenza, in alcune caratteristiche, segni, ricorrenti di chi vi è nato,  di chi ci vive e di chi ci torna. Ed un altrettanto indubbio omaggio alla donna, verso cui come uomo tra gli uomini l’Autore chiarisce di sentirsi “in debito”, personaggio positivo e forte sempre nelle diverse figure femminili che attraversano il libro, un omaggio anche qui che gli serve per veicolare un messaggio, quello di correrei ai ripari e finalmente correggere un atteggiamento sbagliato e malato verso le donne, tanto più necessario in un’epoca in cui si è dovuto addirittura coniare un termine “femminicidio” – parola che esiste nella lingua italiana solo a partire dal 2001, fino ad allora l’unica parola esistente col significato di uccisione di una donna era uxoricidio, parola composta che però faceva riferimento solo ad una categoria di donna, uxor, moglie – a designare i delitti odiosi culmine di tale atteggiamento. Ma il libro è da leggere anche perché è una lettura piacevole, facilitata dal ritmo serrato del giallo che solletica la curiosità del lettore di “andare a vedere come finisce”. Manca, nella trama, la figura del cronista-investigatore, che spesse volte dà una mano al lettore a sbrogliare la matassa. Qui deve fare da sé.

L’Autore

Presidente della prima sezione civile della Corte Suprema di Cassazione, Antonio Valitutti è stato a lungo assistente universitario e docente nella Scuola Superiore della Magistratura. Intrattiene rapporti costanti di collaborazione didattica e scientifica con diverse Università italiane.  Svolge un’intensa attività di conferenziere su temi legati al diritto e alla giustizia. Autore di numerose pubblicazioni giuridiche, in particolare di diritto e procedura civile, è componente del Comitato Scientifico della rivista “La Nuova Procedura Civile”. Scrive poesie, recentemente definite come ‘ermetiche-romantiche’, confluite in parte nella raccolta “Nel silenzio dei pensieri”, pubblicata sempre da Edisud Salerno. È un musicista appassionato, suona la chitarra e il sax. Suoi due apprezzati studi per chitarra classica. Il mistero della zingara è il suo primo romanzo.


[i] Giuseppe Capograssi (Sulmona, 21 marzo 1889 – Roma, 23 aprile 1956) è stato un giurista, filosofo e accademico italiano che si è occupato principalmente di filosofia del diritto. Fu membro della Corte costituzionale.

[ii] Massimo Severo Giannini (Roma8 marzo 1915 – Roma24 gennaio 2000) è stato un giurista e politico italianoMinistro per l’organizzazione della pubblica amministrazione e per le Regioni nel Governo Cossiga I e II dal 4 agosto 1979 al 28 settembre 1980. Era figlio del giurista Amedeo Giannini.

Il mistero della zingara