Pace! Ma non vogliono i mezzi per la pace e trasformano i vomeri in lance. Santa Sede al lavoro per il cessate il fuoco

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 18.11.2022 – Vik van Brantegem] – «La pace in Ucraina è possibile. La Santa Sede è pronta a mediare». Lo dice Papa Francesco alla vigilia della sua visita ad Asti per ritrovare la famiglia riunita per festeggiare i 90 anni di sua cugina Carla Rabezzana, nell’intervista a La Stampa. Però, è necessario che le forze politiche si impegnino al massimo per deporre le armi. «La Santa Sede è disponibile a fare tutto il possibile per mediare e porre fine al conflitto. Però bisogna che tutti si impegnino per smilitarizzare i cuori, a cominciare dal proprio. E poi disinnescare, disarmare la violenza. Dobbiamo essere tutti pacifisti. Volere la pace, non solo una tregua che magari serva solo per riarmarsi. La pace vera, che è frutto del dialogo. Non si ottiene con le armi, perché non sconfiggono l’odio e la sete di dominio, che così riemergeranno. Magari in altri modi, ma riemergeranno».

Alla fine dell’Udienza generale di mercoledì 16 novembre Papa Francesco ha supplicato: «Dio converta i cuori di chi ancora punta sulla guerra».

«Legittimo difendersi ma doveroso difendersi da odio e vendetta», ha detto il Segretario di Stato Cardinale Pietro Parolin ieri, 17 novembre 2022, nella basilica di Santa Maria Maggiore nell’omelia della solenne Santa Messa che ha officiato per i 30 anni delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e il Paese sotto attacco da parte della Russia. Una liturgia concelebrata, tra gli altri, dall’Arcivescovo di Lviv, Mons. Mieczyslaw Mokrzycki, alla presenza dell’Ambasciatore ucraino presso la Santa Sede, Andrii Yurash, e di molti rappresentanti del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

Il Cardinal Parolin formula un’augurio per la “martoriata Ucraina”: «Dal deserto torni a fiorire un giardino rigoglioso». Riconosce il pieno diritto a difendersi, ma ripete anche l’invito a perdonare per superare uno scenario di devastazione e ritrovare la via della pace, perché «perfino il deserto ha diritto di sperare: non c’è situazione che lo Spirito di Dio non possa far risorgere».

«C’è la tentazione – ha detto il Cardinal Parolin – di cedere alla sfiducia di fronte a uno scenario di morte». Eppure, riprendendo il testo del profeta Isaia, il cardinale ha ribadito che anche davanti al deserto «ostile alla permanenza e alla vita dell’uomo, simbolo delle situazioni senza via d’uscita» la voce del profeta «infonde coraggio», si intravede «la strada della ricostruzione». Mentre assistiamo all’«orrore di una guerra che semina morte e distruzione, al fallimento dei tentativi di riportare la pace», mentre si fa sempre più stretta «la morsa del buio e del freddo», eleviamo «preghiere per la pace in Ucraina» e in ogni angolo della terra. «Se gli sforzi umani falliscono, chiediamo a Dio di effondere il suo Spirito per liberarci dal flagello delle contese armate. Con sollecitudine di Padre, egli ama ogni uomo e ogni popolo» e desidera che «tutti vivano nella concordia, non annientandosi ma aiutandosi a crescere».

Ma il Signore «chiede la nostra disponibilità a cooperare per fare il bene». Il Cardinal Parolin, citando le parole di Gesù che invita a porgere l’altra guancia a chi ci schiaffeggia, ha sottolineato che sembrano «parole che lacerano il cuore di chi riceve lo schiaffo. Cedere alla sopraffazione, non legittima forse ogni sopruso? Ma il Signore non esige cose ingiuste o impossibili. Non chiede di piegarci all’ingiustizia». E ha ricordato l’esempio di Gesù colpito durante il processo farsa in casa del sommo sacerdote. Tuttavia, «la violenza, il sopruso e l’ingiustizia hanno un duplice effetto in chi è vittima». Un «male esterno» e uno «nel cuore delle persone». È dal «rancore e dal desiderio di vendetta» che il Signore mette in guardia e ci insegna «a reagire con amore. È legittimo difendersi ma è doveroso anche difendersi dall’odio e dalla vendetta. Non si può mettere fine al male esterno se lo stesso male rimane nel cuore: è questo il circolo vizioso da rompere». Impossibile? No, perché «lo Spirito ci rende capaci di realizzare ciò che è contrario ai nostri sentimenti». E «lo Spirito agisce tramite noi. Ci vuole artefici del bene e della pace. Auguro alla martoriata Ucraina – ha concluso il Cardinal Parolin – che dal deserto torni a fiorire un giardino rigoglioso».

blank
Xi Jinping e la leadership cinese in mimetica prima del vertice a Bali, in prima pagina sul Quotidiano del Popolo: «Rafforzare l’addestramento in preparazione per una guerra».

«Siamo molto concentrati sulla guerra in Ucraina, e non senza ragione. Ma non dovremmo perdere di vista la svolta epocale che stiamo vivendo, la direzione verso cui stiamo andando. Tutto il mondo sta riarmando e si sta preparando alla guerra. Non è solo la carneficina in Ucraina che bisogna fermare (e basta guardare l’enormità dei cimiteri militari per rendersi conto dell’orrore). Bisogna fermare questa corsa verso la guerra, a cui oramai tutti si stanno preparando.
Lo spostamento nei bilanci statali, il dirottamento di risorse verso scopi bellici è enorme. Mentre mancano fondi per lo stato sociale, per le pensioni, per la scuola assistiamo a enormi quantità di denaro prendere la via delle armi: Germania, Italia, Stati Uniti, Russia, il prodotto interno lordo ucraino interamente usato a scopi bellici, riarmo iraniano, dell’India. Enorme riamo della Cina, che capisce bene come essa sia il prossimo obiettivo, e si prepara a quella che appare come una guerra inevitabile.
Xi Jin Ping lo ha detto con grande chiarezza, con le immagini, mostrandosi in tuta mimetica, e con le parole: “Il mondo sta sempre più rapidamente andando verso cambiamenti epocali. È necessario concentrare ogni sforzo sulle questioni militari, bisogna mirare a migliorare le capacità delle nostre truppe. È necessario rafforzare l’addestramento delle forze armate e assicurarsi della loro prontezza ad affrontare operazioni di combattimento”.
Questa spirale va fermata, ed è soprattutto una battaglia culturale dentro l’Occidente, prigioniero di una cultura che non sa pensare il rapporto con l’altro da sé, se non nella forma dell’imposizione dei suoi valori, di valori che in realtà non sono i valori dell’Occidente, ma di una cultura tribale che continua ad avanzare una pretesa di universalità, la cultura anglosassone, una cultura che mira allo sterminio di ogni differenza, e che in primo luogo ha in odio proprio l’Occidente, a cui forse non appartiene.
Il primo problema è dentro l’Occidente, la sua incapacità di immaginarsi e di pensarsi diversamente. Un Occidente che ha perso il contatto con se stesso, e che proprio perché ha smarrito se stesso è anche incapace di dialogare con l’altro, di incontrarlo. Un Occidente incapace di assumere il punto di vista dell’altro, ricaduto nel mito, nell’ infantilismo del “io sono la ragione”.
Un Occidente incapace di entrare nella storia universale, che sarà una storia di contaminazione tra tradizione differenti, che non sarà la dissoluzione delle differenze nell’omogeneità o nell’omogeneizzazione in un mercato in cui tutto è scambiabile.
Il problema dell’Occidente sono coloro che continuano a pensare che tutto il mondo debba desiderare di diventare come loro, e basterebbe a costoro guardarsi allo specchio per capire che almeno quattro miliardi di persone preferirebbero la morte piuttosto che diventare come costoro» (Vincenzo Costa).

blank
La pace globale ha bisogno di nonviolenza e del cessate il fuoco rivolto a tutti i belligeranti nel mondo chiamati a deporre le armi e terminare la guerra.

Preghiera per la pace?
di Cristiana de Magistris
Corrispondenza Romana, 16 novembre 2022

Con l’invasione del Donbass da parte delle forze armate russe lo scorso febbraio, si è aperto uno scenario mondiale preoccupante che minaccia una conflagrazione nucleare. Non sorprende allora che la preghiera per la pace si levi quasi ovunque, a partire dal Papa fino alle parrocchie, a gruppi e ai singoli. È senz’altro giusto pregare per la pace. Ma con qualche distinguo.

Anzitutto, che cosa è la pace? La pace non è l’assenza di guerra. Il “cessate il fuoco” e il “deponete le armi” non equivale al raggiungimento della pace. La pace, afferma sant’Agostino nella Città di Dio, è «la tranquillità dell’ordine» (De Civitate Dei, 19, 13). «Fuori dell’ordine regna l’inquietudine, nell’ordine la quiete». E poiché nell’uomo esiste un triplice ordine: con sé stesso, con Dio e col prossimo, si può dire che esistano tre forme di pace: la pace interiore, la pace con Dio, e la pace relativa al prossimo.

San Tommaso, nella sua Somma, sviluppa l’idea agostiniana di pace. Non a caso ne tratta in relazione alla virtù teologale per eccellenza, che è la carità, di cui la pace, secondo l’Aquinate, è un effetto. La vera pace – secondo san Tommaso – sussiste laddove vi sia un vero amore a Dio e al prossimo, cosa che può aversi solo nell’anima in grazia. E conclude affermando che «senza la grazia santificante non può esserci una pace vera, ma una pace solo apparente» (Summa Theologiae, II-II, q.29, a.3, ad 1). «Dalla tesi tomistica che fa della carità la causa propria della pace – commenta il teologo mons. Amato Masnovo (1880-1955) –, sgorgano subito due conseguenze. Poiché la carità suppone la grazia santificante, la vera pace, che suppone la carità, suppone la grazia santificante e quindi l’assenza del peccato. Perciò dov’è la colpa sociale o, forse più esattamente e più modernamente, la colpa dell’ente pubblico «Stato», ivi non può essere la vera pace sociale.

La seconda conseguenza della tesi tomistica, che fa della carità la causa propria della pace, è che la pace non è effetto della giustizia. San Tommaso dichiara esplicitamente che la giustizia è, nei rapporti con la pace, solo un removens prohibens: vale a dire che essa rimuove gli ostacoli della pace e perciò, ne è una condizione, ma nulla più» (“Rivista di Filosofia Neo-Scolastica”, n. 4 (30 agosto 1918), pp. 356-357).

La pace individuale è dunque fondata sulla carità e solo l’anima in grazia, possedendo la carità, può goderne realmente. La pace collettiva è fondata sull’ordine stabilito da Dio, e solo lo Stato che, con le sue leggi, lo promuove, o almeno lo rispetta, può goderne.

Pregare per la pace significa dunque pregare perché l’ordine voluto da Dio sia ristabilito nei singoli e nella società. Solo in questo modo può ottenersi la vera pace. Non v’è chi non veda che, di conseguenza, non si può invocare la pace con una bandierina arcobaleno in mano, perché quella insegna è un invito al disordine morale, che è l’esatto opposto dell’ordine voluto da Dio, dal quale solo discende la pace. Né si può invocare la pace in fuorvianti incontri ecumenici e interreligiosi, i quali sono un invito al disordine soprannaturale, veicolando il perniciosissimo messaggio che tutte le religioni sono uguali. Men che meno si può teorizzare una tanto indefinita quanto chimerica “fratellanza universale”, fondata su illusori ed effimeri valori sociali, come se la pace fosse il risultato di accordi umani. Queste iniziative per la pace vanno esattamente all’opposto dell’ordine naturale e soprannaturale stabilito da Dio.

Si vuole la pace, ma non si vogliono i mezzi per la pace. Si chiede la cessazione della guerra, ma non si vuole provvedere a rimuoverne le cause, con un invito al pentimento, con atti di espiazione pubblici e privati, con la dovuta riparazione delle offese fatte a Dio, con la penitenza pubblica e privata, con l’invito alla conversione.

Si vuole la pace, ma non si vuole che Cristo, il Principe della pace, regni sui singoli e sulle nazioni. Finché continuerà ad echeggiare il grido che il Venerdì Santo di duemila anni fa risuonò a Gerusalemme: «non vogliamo che Costui regni su di noi» (Lc 19, 14), la pace rimarrà una lontana utopia e la preghiera per la pace sarà forse una lodevole iniziativa umana, ma rimarrà certamente incapace di raggiungerla. L’anima davvero cattolica, invece, chiede la pace a Cristo, suo Signore, il Re pacifico e il Principe della pace, l’unico che possa dare la vera pace fondata sulla carità e sulla grazia, e al grido blasfemo «non vogliamo che Costui regni su di noi», risponde: «Adveniat regnum Christi adveniat per Mariam».

blank

Un missile, due missili, un pezzo di uno, due pezzi di due, ucraini o russi… dall’inizio era chiaro che era ucraino, però…

Il “missile” caduto in Polonia e strumentalizzato da Zelensky con l’obiettivo di trascinare direttamente la NATO nel conflitto si è rivelato un boomerang finendo per colpire metaforicamente il Presidente ucraino “alle spalle”… Perfino Repubblica svela il disappunto del Presidente Biden nei confronti di Kiev.

blank

L’ex Presidente del Consiglio di Lublino, Jaroslaw Pakula, ha detto che La Polonia dovrebbe rivedere la sua posizione nei confronti del conflitto in Ucraina dopo una “provocazione” da parte di Kiev che è costata la vita a due abitanti di un villaggio, ha dichiarato mercoledì un ex Consigliere comunale di Lublino. Jaroslaw Pakula, il cui mandato è scaduto quattro giorni prima dell’incidente. Ha detto che il missile che ha colpito Przewodów era ovviamente ucraino e che il Governo di Varsavia doveva mandare un messaggio a Kiev invece di raccontare “favole” ai suoi cittadini. “È ovvio che si tratta di un missile ucraino. È ovvio che si tratta di una provocazione da parte delle autorità ucraine”, ha scritto Pakula sulla sua pagina Facebook. “Il razzo non poteva essere sparato per errore a 100 km nella direzione opposta”. “Lo scopo della provocazione era quello di spaventare l’Unione Europea e ottenere il sostegno della società civile per l’invio di ancora più armi all’Ucraina, ha aggiunto Pakula. Invece di raccontare “favole” sul missile, il Presidente polacco dovrebbe dire all’ucraino Vladimir Zelensky che Varsavia “non sopporterà più questo comportamento” da parte di Kiev.

Quando scoppia un missile, esso si decompone in 5/10.000 schegge. Qui abbiamo pezzi grossi, il residuo di un missile. In tal modo ha esordito il Prof. Antonio de Martini durante la puntata di Dietro il Sipario, dal titolo Ad un passo dalla Terza guerra mondiale, andata in onda su Visione TV. De Martini ha posto l’accento su quello che, a suo dire, sarebbe il problema principale ancor prima delle questioni geopolitiche: la mancanza di professionalità dei giornalisti. I giornalisti italiani hanno tenuto una condotta simile a quella punita dal nostro codice penale secondo il quale, diffondere notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico, è un reato, ha detto. Pagliara si è espresso in modo così allarmistico che è stato addirittura Vespa ad invitarlo a comportarsi da giornalista piuttosto che da politico. Da corrispondente estero, Pagliara guadagna uno stipendio proveniente dai soldi pubblici pari a quello di un ambasciatore. Dovremmo essere noi a pretendere che questi farabutti siano allontanati.

Vladimir Zelensky ha cambiato tono dopo che la Polonia e gli Stati Uniti hanno entrambi affermato che Kiev ha lanciato il missile (o i missili). “Non so cosa sia successo questa volta, non lo sappiamo al 100%… Non possiamo dire che tipo di razzo fosse in base ai frammenti caduti sulla Polonia”.

A causa delle continue bugie di Zelensky sulla caduta del missile delle forze armate ucraine in Polonia, gli Stati Uniti dovrebbero ritirare il loro sostegno all’Ucraina. Il conduttore di Fox News Tucker Carlson ha dichiarato: “Zelensky ha continuato a mentire in TV. Cioè, quando gestisci un paese in cui la libertà di stampa è vietata, come nel caso dell’Ucraina, potresti non renderti conto che il resto del mondo non è obbligato a crederti… Devi chiederti, è ora di smettere di supportare questo ragazzo? Forse il rischio è troppo alto? Sta deliberatamente mentendo per farci entrare in guerra? Forse non valeva affatto la pena sostenerlo? È solo un altro dittatore corrotto dell’Europa dell’Est in tuta da ginnastica che si è arricchito grazie alle elemosine americane?”.

Un fatto che pareva chiaro come il sole fin da subito a tutti. Tranne che a politici e giornalisti italiani. Per loro il missile era certamente russo. Ed erano già pronti a invocare la reazione bellica e spedire gli italiani al fronte. Adesso vi è chiaro chi sono costoro? Gente che parla di “pace” ma freme per trascinare il mondo nella terza guerra mondiale come fa un tredicenne davanti alla prof seminuda di matematica. Diffidate di loro. Scansateli come appestati. E trattateli per quello che sono: degli irresponsabili. Dei pazzi, fanatici guerrafondai. In fondo però è un peccato. Se avessero dato retta a Riotta-Letta-Calenda e alla stampa occidentale tutta, potevano gustarsi lo spettacolo di un bel fungo atomico in mondovisione. A questi squilibrati il Dottor Stranamore gli spiccia casa.

«Mi chiedo come si sentano oggi i cani rabbiosi che da anni si nutrono di atlantismo e russofobia. Cade un missile ucraino in Polonia e in loro si attiva immediatamente il riflesso pavloviano che li spinge a twittare minacce e a fare dichiarazioni bellicose contro la Russia. L’accusano senza uno straccio di prova, smentiti subito dall’evidenza dei fatti. Il loro padrone invece di lanciargli l’osso stringe il guinzaglio e gli ordina di mettersi a cuccia. Io li metterei in un canile per rieducarli visto che ovviamente costituiscono un pericolo per l’uomo» (Laura Ruggeri).

blank

Sturmtruffen
Editoriale di Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2022

C’è una legge scientifica più esatta di tutte le scienze esatte: il teorema Riotta-Letta-Calenda. Quando uno dei tre dice una cosa, è probabile che sia una cazzata; quando la dicono tutti e tre insieme, è sicuro che è una cazzata.

L’altra sera dovevamo chiudere il giornale e non sapevamo quale delle mille versioni sul missile in Polonia scegliere.

Poi Riotta ha twittato: “Il missile russo al confine polacco… l’escalation di Putin in Ucraina e Europa”, “Attacco contro Paese Nato Polonia con vittime conferma che deriva terrorista russa non ha guida ma segue hubrys Putin fino a rischiare la guerra mondiale. Pensare di fermare il dittatore con la resa lo scatena. Serve batterlo e isolare la sua Quinta Colonna in Italia e Ue”.

Poi Letta ha twittato: “A fianco dei nostri amici polacchi in questo momento drammatico… Quel che succede alla Polonia succede a noi” (ma la Polonia non era fasciosovranista? Chiedo per un amico).

Poi Calenda ha twittato: “La follia russa generata dalle pesanti sconfitte continua. Siamo con la Polonia, con l’Ucraina e con la Nato. La Russia deve trovare davanti a se un fronte compatto. I dittatori non si fermano con le carezze e gli appelli alla pace”. En plein.

A quel punto non c’erano più dubbi: il missile non l’aveva lanciato la Russia. Anzi, l’aveva lanciato l’Ucraina: l’unica (coi tre bimbiminkia affetti da cellularite compulsiva) che accusava Mosca. Un finale da Ballo in Maschera di Verdi e da Edipo re di Sofocle: l’accusatore-inquirente è l’assassino. Quindi niente articolo 5 Nato, evocato dai Tre dell’Ave Guerra in fregola di arruolarsi e aviotrasportarsi sul fronte del Don contro il nuovo Hitler che attacca la Polonia e contro i suoi complici pacifinti in Italia.

Sennò dovremmo dichiarare guerra all’Ucraina, che ci risponderebbe con le nostre armi: un casino. Spiace per i tre foreign fighter de noantri, che dovranno marciare ancora sul divano e fare il presentat’arm sui social. E per le Sturmtruppen a mezzo stampa, che ieri mitragliavano titoli infoiati per l’agognata guerra nucleare. E ora imprecano contro i neoputiniani Biden e Stoltenberg: “Ci hanno rimasti soli, ’sti quattro cornuti”.

Ma il cortigiano Johnny e il commissario Iacoboni non demordono e sposano la linea Meloni: “Che il missile sia ucraino, non cambia la sostanza: la responsabilità è tutta russa”. In effetti, se il missile fosse stato russo la Nato già marcerebbe su Mosca. Ma sono sottigliezze. Così come il fatto che Zelensky, cioè l’unico a sapere fin dall’inizio che il missile era suo, ha tentato e ancora tenta di truffare gli alleati per trascinarli nella terza guerra mondiale: “È un attacco missilistico russo alla sicurezza collettiva”, “È un messaggio di Putin al G20”. È bello armare un alleato così sincero e fidato: avercene.

blank
Altro avvertimento di Washington a Zelensky. O chiude un accordo con Putin oppure sarà qualcun altro a farlo al posto suo.

Un missile chiamato propaganda
Ostaggi occidentali
Il caso dell’ordigno caduto in Polonia dimostra come parte della Nato sia sotto ricatto dei guerrafondai, che fanno sponda con Zelensky per un conflitto che per loro non deve avere fine
di Fabio Mini
Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2022

Un missile, due missili, un pezzo di uno, due pezzi di due, ucraini o russi hanno ucciso due persone nel villaggio di Przewodow (413 abitanti) nella Galizia polacca, al confine con l’Ucraina la cui parte occidentale comprende il resto della Galizia storica fino a Leopoli.

Regione che deve sempre “ringraziare” qualcuno per averla dominata, occupata, smembrata e ripulita etnicamente. Mentre a Bali si tessono possibili strategie di distensione anche nella questione ucraina, la preoccupazione del presidente Zelensky è che il sostegno politico, militare ed economico occidentale, ma soprattutto degli Stati Uniti, diminuisca. La sua arringa al G20 è stata una delle più pesanti manifestazioni anti-russe mai pronunciate e per questo tra quelle meno efficaci nel contesto di un forum che si prefigge di favorire l’internazionalità economica e la concertazione fra tutti i partecipanti. Il che presuppone un minimo di rispetto reciproco. I missili in Polonia, per qualche ora, hanno offerto a Zelensky l’occasione per rammentare agli Usa e alla Nato gli impegni assunti con il suo Paese e le conseguenze di una eventuale flessione del sostegno. Il primo reporter polacco (Mariusz Gierszewski di Radio Zet) intervenuto sul posto delle esplosioni le aveva già attribuite a “un missile lanciato dall’Ucraina”. Non era ancora ben chiaro se fossero stati i resti di un missile russo abbattuto dalla contraerea ucraina o un missile della stessa contraerea “finito” in territorio polacco. La Russia non c’entrava niente e le stesse autorità polacche si astenevano da giudizi affrettati.

Il presidente Biden da Bali, appena ricevute le prime valutazioni del Pentagono, giudicava “improbabile” si trattasse di un missile lanciato dalla Russia. Il che significava che i suoi esperti lo avevano già escluso, ma lui dal luogo del più grande consesso di paesi sviluppati non poteva smentire del tutto la versione di Kiev. Tant’è che “riservandosi accertamenti” non perdeva occasione per unirsi al coro di condanne contro Mosca. Nel frattempo, Zelensky intascava il consenso e il sostegno generale con la propria versione dell’episodio. Scartava subito qualsiasi responsabilità ucraina attribuendola invece a un attacco deliberato dei russi alla Nato. “I missili russi hanno colpito la Polonia, il territorio Nato… è un attacco missilistico russo alla sicurezza collettiva. C’è un’escalation significativa, bisogna agire”. Gli faceva eco il suo consigliere Mykhailo Podolyak, che apriva la strada all’ennesima mistificazione affermando: “Gli attacchi sul territorio della Polonia non sono un incidente, ma un atto deliberatamente pianificato dalla Russia, camuffato da ‘errore’. Condoglianze ai morti (sic)”.

Purtroppo, siamo abituati a queste dichiarazioni, ma non sono semplice propaganda difensiva. Ormai le versioni di Kiev sono accreditate come verità inconfutabili ed è a questa versione che si è subito opposta la Russia affermando che “è in atto il tentativo di creare i pretesti per una escalation della guerra a livello globale”. E anche questa, purtroppo, non è propaganda difensiva: la Russia sa bene che il rischio di escalation da parte della Nato può venire da un pretesto artificioso, da un vero o falso incidente o da una provocazione qualsiasi.

A confermare il timore russo e ad anticipare le prevedibili ritorsioni, non è tanto l’incidente in sé, quanto lo sfruttamento immediato dell’evento e la sua rappresentazione. Se gli Stati Uniti, la Nato e l’interessata Polonia sin dall’inizio avevano frenato nei giudizi avventati, i Paesi baltici avevano già dato fuoco alle polveri. Lettonia, Lituania ed Estonia hanno incolpato la Russia e richiesto un’azione immediata collettiva: “il territorio della Nato deve essere difeso da attacchi esterni”.

Tutti i Paesi europei si sono schierati con la povera Polonia e con la vittima Ucraina condannando la Russia, a prescindere.

A Bali si è tenuto un vertice G7 e Nato eccezionale pensando alle ritorsioni. Si è parlato, erroneamente, dell’art. 4 del Trattato Atlantico come preliminare dell’art. 5. In realtà il primo prevede soltanto la consultazione tra i membri e il secondo non dispone il ricorso alla forza in maniera automatica e obbligatoria nemmeno in caso di attacco armato deliberato. Infatti, ogni Paese membro “assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata”. Tuttavia, le forze militari della Nato sono state allertate, anche queste a prescindere, innalzando il rischio di altri “incidenti”; i vertici militari di ogni Paese hanno ripetuto il mantra della determinazione della Nato a difendere “ogni centimetro di territorio dei Paesi membri” e sono state rinforzate le difese terrestri ai confini. Dopo alcune ore, di fronte all’evidenza e non potendo cambiare i fatti, il Segretario generale della Nato, ha ripreso l’antica tradizione di cambiare nome agli eventi. In Kosovo le vittime civili erano “danni collaterali”; in Ucraina il pretesto per allargare la guerra è stato “uno sfortunato incidente”.

Non un cenno al fatto che se lo sfortunato incidente ucraino fosse capitato ai russi saremmo già in piena guerra mondiale. Nessun sospiro di sollievo per un pericolo scampato. Anzi, si sono percepiti imbarazzo e irritazione, perché l’evento non aveva dato luogo a una escalation militare. Irritazione confermata dal corale ricorso alla condanna della Russia per i bombardamenti, e “quindi” responsabile anche delle azioni legittime e illegittime, deliberate e casuali compiute dall’Ucraina. Tutto sommato anche questa ipocrisia dovrebbe insegnare qualcosa di positivo: dovrebbe mettere in guardia dalle facili strumentalizzazioni, dalla spregiudicatezza di certi governanti, dall’innamoramento per i luoghi comuni e le narrazioni a senso unico, dalla manifesta volontà di vertici e Paesi europei, Nato e non Nato, di usare le armi come primo strumento per ogni difficoltà e, non ultimo, dalla incapacità di molti Paesi Nato e aspiranti tali di ottemperare al requisito fondamentale di migliorare la sicurezza collettiva.

Di fatto, la Nato e l’Unione europea sono invece ostaggi di chi rigetta tale requisito e cerca di peggiorare la sicurezza fomentando e alimentando una guerra continentale, come minimo. Se questo requisito fosse stato rispettato e fatto rispettare nel passato, la Nato a 30 Paesi membri non ci sarebbe. E se oggi fosse effettuata un’accurata verifica di tale requisito per tutti i Paesi già membri e aspiranti, almeno undici di essi dovrebbero essere cacciati o non ammessi perché attivamente impegnati nella creazione dell’insicurezza all’interno e ai confini dell’Alleanza e altrettanti perché colpevolmente ininfluenti.

Finiamola di sottometterci all’arroganza di Zelensky
di Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 17 novembre 2022

Adesso l’arroganza del presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha superato ogni limite: non si accontenta più di dettare l’agenda politica dell’Ue, ma vuole cancellare la cultura russa dall’Europa, la stessa pretesa di Putin con l’Ucraina. Come racconta Marco Travaglio sul Fatto: “Il console ucraino Andrii Kartysh ha intimato a Sala, a Fontana e al sovrintendente Meyer di cancellare la prima della Scala col Boris Godunov di Musorgskij e ‘rivedere’ il cartellone per ripulirlo da altri ‘elementi propagandistici’, cioè da opere di musicisti russi”. Dà ordini perentori ai sindaci, ai presidenti di Regione, ai direttori artistici, vuole decidere lui, attraverso i suoi scagnozzi, quale deve essere il cartellone della Scala. La Scala, il più grande teatro al mondo di musica classica, di balletto, di operistica, dove sono stati messi in scena i maggiori compositori russi, da Tchaikovsky a Rimsy-Korsakov a Prokofiev a Khachaturian a Stravinsky, dove hanno ballato le più grandi étoile russe, da Rudy Nureyev a Baryshnikov e, per restare a casa nostra, sempre che rimanga tale, dove sono stati dati tutti i nostri grandi dell’opera, da Puccini a Rossini, da Verdi a Vivaldi, da Monteverdi a Bellini, dove hanno cantato Maria Callas e la Tebaldi. Che cosa ci hanno dato gli ucraini in cambio? Zero, zero.

Volodymyr Zelensky è un filo-nazista, non perché lo ha bollato così Putin, ma perché una parte del suo popolo, sia pur carsicamente, lo è, non solo i miliziani del battaglione Azov che lo sono apertamente, sono inglobati nell’esercito regolare ucraino e vengono continuamente esibiti e magnificati dal loro presidente. Infatti due settimane fa, come già l’anno scorso, il suo governo ha votato contro l’annuale risoluzione Onu che condanna l’esaltazione del nazismo: l’aveva già fatto l’anno scorso, insieme agli Usa, mentre stavolta Kiev si è tirata dietro i principali Paesi europei, Italia inclusa.

Quando in Ucraina c’era la Wehrmacht, con cui non si scherzava, gli ucraini sono stati attori, in proporzione, di uno dei più grandi pogrom antiebraici.

Volodymyr Zelensky gonfia il petto per la resistenza all’“operazione speciale” di Putin. Ma con le armi che gli hanno dato gli americani e disgraziatamente anche l’Unione europea, che continua a non capire dove sono i suoi veri interessi, pure il Lussemburgo avrebbe resistito al tentativo di occupazione russa.

Lo so, lo so che è obbligatorio premettere che qui c’è un aggressore, la Russia, e un aggredito, l’Ucraina. Tutto vero, però queste sottili distinzioni non si sono fatte quando gli aggressori eravamo noi, Germania in parte esclusa, in Serbia 1999, in Afghanistan 2001, in Iraq 2003, in Somalia, per interposta Etiopia, 2006-2007, col bel risultato di favorire gli Shabab che hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico, e infine in Libia, 2011, in una delle più sciagurate operazioni di alcuni Paesi Nato, Stati Uniti, Francia e Italia a governo Berlusconi. Però solo Putin continua a essere massacrato dalla cosiddetta “comunità internazionale” che altro non è che il coacervo di Stati stesi come sogliole ai piedi degli States e che è sì internazionale, ma non è mondiale, perché a questa condanna sono estranei non solo la Cina e l’India, circa tre miliardi di persone, ma anche quasi tutti i Paesi sudamericani, tanto più che ora Lula ha cacciato a pedate il ‘cocco’ dell’Occidente, Bolsonaro. Inoltre in questa damnatio memoriae qualche ragione ce l’ha anche la Russia di Putin. Non è rassicurante essere circondati da Paesi Nato e filo-Nato cioè, attraverso gli Stati Uniti, da Stati potenzialmente nucleari, oltre che dai nazisti ucraini.

Pistola alla tempia, io scelgo la Russia, anche l’attuale Russia, non l’Ucraina. E forse faccio anche a meno della pistola.

L’Ucraina toglie l’accreditamento ai giornalisti occidentali a Kherson. Di cosa ha paura Zelensky?

Lo Stato maggiore delle Forze Armate ucraine ha dichiarato: “Recentemente, alcuni rappresentanti dei media, ignorando i divieti e gli avvertimenti esistenti, hanno svolto attività di informazione nella città di Kherson senza il consenso dei comandanti competenti e dei servizi di pubbliche relazioni delle unità militari e prima del completamento delle misure di stabilizzazione. Tali azioni costituiscono una grave violazione dei requisiti dell’ordine n. 73 del comandante in capo delle forze armate ucraine del 3 marzo 2022, nonché delle pertinenti istruzioni del comando militare”. La privazione dell’accreditamento dei giornalisti è coincisa con il fatto che in uno dei servizi della CNN su Kherson, i telespettatori hanno notato un residente che, con una bandiera ucraina in mano, ha fatto un saluto nazista. Il frammento è diventato virale ed è diventato virale sui social network.

Secondo le fonti di Detector Media, tra cui Ukrainska Pravda, ad almeno sei giornalisti che lavorano con troupe cinematografiche, tra cui CNN e Sky News, sono stati revocati i permessi di lavoro. Oltre a loro, anche le troupe cinematografiche dei canali ucraini Suspilne e Hromadske hanno riferito da Kherson da quando la città è stata liberata. C’era anche una trasmissione da Kherson sul canale Rada.

Zelensky ha dichiarato che le forze ucraine che hanno ripreso la città di Kherson hanno trovato prove di nuovi crimini di guerra da parte degli occupanti russi. “L’esercito russo si è lasciato alle spalle le stesse atrocità di altre regioni del nostro Paese”, ha detto in un discorso notturno. “Gli investigatori hanno già documentato più di 400 crimini di guerra”, ha detto, senza specificare chiaramente l’area in cui sono stati trovati. Come da copione. Da notare che l’amministrazione ucraina a Kherson ha impedito nei primi giorni l’accesso dei giornalisti a Kherson. Perché toglie l’accreditamento ai giornalisti occidentali? Avrebbe tutto da guadagnare facendoli entrare a Kherson, no? Di cosa ha paura Zelensky?

Fatto è, che anche a Kherson i “liberatori” – come avvenuto negli altri luoghi dai quali si è ritirato l’esercito russo – hanno da subito dato il via alla caccia ai “collaborazionisti”.

blank

Donbass, ancora crimini di guerra sbandierati sul web – Sulla rete sono apparse nuovamente testimonianze di nuovi crimini di guerra, pubblicate direttamente dagli autori, ossia i militari ucraini. I soldati di Kiev – che nemmeno si sono preoccupati di nascondere i propri volti – hanno giustiziato diversi prigionieri russi. I militari ucraini sono riusciti a catturare diversi militari russi, i quali dopo avere deposto le armi ed essersi sdraiati faccia a terra seguendo le istruzioni degli Ucraini – divenendo di fatto prigionieri di guerra secondo le convenzioni internazionali – sono stati fucilati sul posto. Nei video si vede il momento della resa dei Russi e poi il tragico epilogo.

«L’Assemblea Generale dell’ONU ha adottato una risoluzione sulle riparazioni all’Ucraina dovute dalla Russia.  una decisione gravissima che contravviene al diritto internazionale. Nessun tribunale è stato istituito per determinare le responsabilità. Sembra nulla più che una mossa per legittimare l’appropriazione indebita di asset russi attualmente congelati dall’Occidente. Le decisioni Dell’Assemblea Generale non sono giuridicamente vincolanti, a differenza delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza. La risoluzione è stata co-sponsorizzata da Canada, Guatemala, Paesi Bassi e Ucraina. Il documento raccomanda, in particolare, ai 193 Stati membri dell’Assemblea Generale di mantenere un “registro internazionale” con reclami e informazioni su perdite e danni causati dalla Russia. Restiamo in attesa di sapere quando l’ONU voterà una risoluzione per compensare i danni causati dalle guerre statunitensi, quelle israeliane e della NATO» (Laura Ruggeri).

In conclusione

Dopo averli usato come scudi umani per le sue truppe, Zelensky ha affermato di aver rifiutato di evacuare i civili dalle città ucraine, perché vuole che i militari siano motivati a proteggerli.

Pace! Ma non vogliono i mezzi per la pace e trasformano i vomeri in lance. Santa Sede al lavoro per il cessate il fuoco – Korazym.org