Storie di Storia / 20. Chi era Gesù di Nazareth

Gesù era un ebreo che non voleva fondare una nuova religione. Era convinto che il Dio delle Sacre Scritture ebraiche stesse cominciando a trasformare il mondo per instaurare finalmente il suo regno sulla terra. Era del tutto concentrato su Dio e pregava per capire la sua volontà e ottenere le sue rivelazioni, ma era anche del tutto concentrato sui bisogni degli uomini, in particolare i malati, i più poveri e coloro che erano trattati in modo ingiusto. Il suo messaggio era inscindibilmente mistico e sociale. Il regno di Dio non venne e, anzi, egli fu messo a morte dai romani per motivi politici. Cosa c’era nella sua persona, nei suoi comportamenti e nelle sue parole che provocava l’entusiasmo di tanti seguaci e l’ostilità estrema di coloro che l’hanno ucciso? È dedicato a Gesù di Nazareth il 20° numero di Storie di Storia, la newsletter de La Repubblica. Buona lettura e Buon Natale. Appuntamento al prossimo anno.

LA STORIA

L’esistenza di Gesù

Cosa c’era in lui che provocava entusiasmo e ostilità estrema?

Giotto, «L’Ingresso a Gerusalemme», Cappella degli Scrovegni, Padova 

Di Adriana Destro e Mauro Pesce (Docenti rispettivamente di Antropologia all’Università di Bologna e di Storia del Cristianesimo all’Università di Bologna).

Gesù era un ebreo che non voleva fondare una nuova religione. Era convinto che il Dio delle Sacre Scritture ebraiche stesse cominciando a trasformare il mondo per instaurare finalmente il suo regno sulla terra. Era del tutto concentrato su Dio e pregava per capire la sua volontà e ottenere le sue rivelazioni, ma era anche del tutto concentrato sui bisogni degli uomini, in particolare i malati, i più poveri e coloro che erano trattati in modo ingiusto. Il suo messaggio era inscindibilmente mistico e sociale. Il regno di Dio non venne e, anzi, egli fu messo a morte dai romani per motivi politici. I suoi discepoli, che provenivano da ambienti i più vari, ne diedero fin dagli inizi interpretazioni differenti. Si interrogarono sulla sua morte fornendo spiegazioni diverse e molti di loro si convinsero che egli fosse risuscitato. Un certo numero dei suoi seguaci rimase dentro le comunità ebraiche, mentre altri diedero vita a una nuova religione percorsa da diverse correnti, il cristianesimo.

L’esistenza

La vita di Gesù si è conclusa con una morte violenta, ma quella morte non spense la sua voce, che ha continuato a incendiare il cuore e la mente di molti e a suscitare il rifiuto di altri. Cosa c’era nella sua persona, nei suoi comportamenti e nelle sue parole che provocava l’entusiasmo di tanti seguaci e l’ostilità estrema di coloro che l’hanno ucciso? In che misura la sua azione nasceva da una crisi profonda che attraversava non solo il suo ambiente, ma anche vasti settori della società antica? La figura storica e culturale di Gesù è gigantesca. Non c’è rischio di esaurire il significato di ciò che rappresenta. Sorgono sempre nuove domande e, appena nascono, divampano discussioni e dibattiti. Gesù è patrimonio dell’umanità. La sua storia ci coinvolge tutti. Molti studi su Gesù mettono al centro il suo messaggio, le sue parole o i suoi atti pubblici più significativi. Riteniamo sia fondamentale individuare un fondamento ancora più solido e certo: quello che chiamiamo “stile di vita” o “pratica di vita” di Gesù, ciò che effettivamente ha modellato e determinato il suo modo di esistere. Durante questi anni, nelle nostre ricerche abbiamo scavato nei testi del primo cristianesimo con un intento di natura antropologica. Con stile e pratica di vita di Gesù intendiamo le forme culturali che aveva posto a base della sua vita, i meccanismi attraverso i quali organizzava la sua esistenza e il proprio sostentamento, la logica della sua azione, le modalità con cui entrava in contatto con la gente e con le istituzioni. Abbiamo usato la parola “pratica” per indicare che il centro della sua persona non sta solo nelle idee ma in un modo costante di agire: uno stile di vita, appunto. Ci interessa conoscere come il suo agire concreto producesse novità e sconvolgimenti nella vita delle persone che lo incontravano, come le sue parole, nate all’interno della sua esistenza, circolassero – mediante contatti diretti – in precisi ambiti sociali. Il suo vero messaggio, quindi, è quello trasmesso dal suo modo di vivere, dal suo collocarsi nel mondo. Il suo insegnamento passa per le sue vicissitudini, entro un contesto culturale complesso e tutt’altro che trasparente. La sua visione religiosa è incomprensibile al di fuori della sua esperienza pratica e della partecipazione alla vita della gente.

Chi era Gesù

Gesù era un ebreo che rimase estraneo alle aspirazioni e ai modi di vita introdotti dalla romanizzazione. Di fronte alla potenza culturale di Roma fece appello all’elemento più intimo e più forte della sua cultura, cioè all’idea del potere assoluto del Dio giudaico e alla necessità che Dio regnasse prendendo possesso di tutta la terra. Nulla è più lontano da lui del tentativo di integrare i contadini dei villaggi nella vita cittadina dei potenti o di perseguire un inserimento nel dominio romano. Era tramite un cambiamento di vita all’interno dei singoli nuclei domestici, nei borghi e nei villaggi, che il suo popolo sarebbe entrato di lì a poco nell’era millenaria della prosperità e della pace messianica con tutti i popoli. Il terreno più fertile della sua predicazione è infatti costituito dalla speranza nel regno di Dio, che avrebbe combattuto ed eliminato l’ingiustizia. Gesù aveva assunto l’urgente compito di annunciare, qualsiasi fosse il costo e il risultato, l’imminenza di questo evento cosmico di palingenesi. La gente doveva essere urgentemente avvertita e spinta a cambiare vita per acquisire il diritto di entrare nel regno futuro. Nella vita reale Gesù cercava di spingere la gente a realizzare l’ideale di liberazione e rigenerazione immaginata dall’utopia del giubileo levitico. Qui sta tutta la sua attesa e il suo sforzo. “Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori” diventa la sintesi della sua prassi e del suo messaggio. Gli uomini sono chiamati a perdonarsi gli uni con gli altri e ad accettare il condono di Dio prima dell’avvento del suo dominio regale.

Il progetto

Quali sono i punti salienti di questo progetto? Tutta la vicenda di Gesù comincia con una scelta personale radicale, con un cambiamento dell’ordine usuale della sua vita. Abbandona tutto. Sceglie un’esistenza itinerante, incerta, senza radicamento. Rompe i legami con il proprio ambiente e ai suoi discepoli più vicini chiede un uguale distacco. La scelta di Gesù è matura e durerà irreversibilmente fino alla morte. Per lui non si tratta solo di un percorso irrinunciabile, ma di una strategia di proporzioni enormi. Su suo invito, i gruppi che nascevano accanto a lui da un lato rifiutavano la famiglia, il lavoro e la proprietà, ma dall’altro si installavano nelle “case di villaggio”, nel tessuto domestico, rurale e nei piccoli centri contadini. È nel rapporto differenziante, ma non totalmente conflittuale, tra gruppo discepolare e nuclei parentali che si situa la capacità creativa e trasformatrice di Gesù. La costante incertezza e il volontario sradicamento in cui viveva gli permettevano di introdurre nei gruppi domestici stili di vita insoliti e rivoluzionari. Gesù entrava in molte case, chiedeva ospitalità e vi soggiornava. Non aveva previsto alcuna sede stabile, nessuna forma organizzativa istituzionale per il gruppo dei suoi discepoli che non erano garantiti o protetti da nessuna autorità. All’interno delle abitazioni, mescolandosi con la popolazione, senza distinguersi o imporsi a essa, il gruppo discepolare costituiva una forma sociale interstiziale, che si insinuava fra le strutture consolidate. Gesù desiderava indurre la gente a trasformare le proprie case in luoghi accoglienti pronti e aperti ai poveri, un ritorno appunto di tutto il popolo di Israele all’uguaglianza originaria. Questo stile di vita lo rendeva forte e debole nello stesso tempo. Senza riferimenti stabili, era un uomo sostanzialmente fragile, esposto alle forze esterne. E tuttavia, è proprio la radicalità della vita intrapresa che gli permetteva l’affidamento in Dio e che gli consentiva di sperare nell’inizio di un’epoca rigenerata.

La diffusione della Parola

Gesù si rivolge a chiunque sia ebreo e per questo si muove in lungo e in largo nel suo paese. Sostenuto dal suo fiducioso disegno, Gesù vuole parlare a tutto il popolo d’Israele. Vuole comunicare ciò che conosce, ciò che si augura che stesse per accadere. Accetta di vivere la vita del popolo; ma non intende solo divulgare parole. Condivide e partecipa, si fa coinvolgere e paga seriamente di persona. Gesù è concentrato sulla Terra d’Israele, a cui sente di appartenere, la cui estensione non coincide per lui con quella stabilita dai romani. Si spinge oltre i confini, fra coloro che sono più dispersi o lontani. La regione che percorre è definita soprattutto da individui reali. Gesù non è un capo religioso locale che limita la propria azione alla Galilea. Vuole avere un rapporto faccia a faccia con la gente, ovunque essa si trovi, anche in Giudea. Nel suo instancabile  peregrinare, Gesù disponeva unicamente delle proprie forze. Abbandonato tutto, non portava con sé nulla, neppure una borsa. Questo essere privo di mezzi e di protezioni era la vera radice, l’asse portante sul quale basava tutta la propria esistenza. La sua rinuncia alla certezza lo rendeva indipendente da ogni legame economico, familiare e lavorativo. Poteva disporre di tutto ciò che la sua persona poteva fare. La sua autenticità sta in questo “essere senza nulla”, possedere solo sé stesso. Gesù possedeva solo il proprio corpo, un corpo esposto ai pericoli e ai bisogni, come accade a tutti gli uomini. Del tutto simile a quello degli altri, percepito per quello che i suoi simili potevano intendere, il suo corpo non era coperto da protezioni. Sotto l’incalzare degli eventi, il corpo di Gesù, cercato e minacciato, dovette alla fine soccombere alla forza delle autorità. Al di là della lacunosità e della opacità dei testi, si può affermare che la realtà storica di Gesù è tangibilmente visibile in questi elementi di solitudine e di privazione. Ogni volta che Gesù parla o predica, qualcosa avviene. La gente diventa parte del suo stesso mondo fisico. La predicazione coincide con un mutamento, qualunque esso sia e al di là dei progetti di chi si lascia coinvolgere. Ogni suo enunciato centralizza o marginalizza, coagula o crea resistenza. Invera la dinamicità stessa della vita. Alla fine egli fu travolto da un insieme complesso di fattori che si erano forse inevitabilmente cumulati. Egli stesso li aveva messi in moto, ma non poteva controllarli.

Gesù, nei suoi spostamenti, aveva propositi precisi: non desiderava percorrere le strade principali, né misurarsi con le città o entrare in contatto con la popolazione cittadina. Percepiva forse che nei centri urbani la popolazione sarebbe stata sostanzialmente sorda al suo annuncio, perché realisticamente impegnata nella lotta per la supremazia e il dominio. Aspirazioni e speranze dei ceti urbani erano presumibilmente orientati verso il successo e l’affermazione che la romanizzazione – presente nelle città – faceva pensare probabile o addirittura a portata di mano. L’annuncio di Gesù è del tutto alternativo a queste speranze di successo. Ed egli è personalmente contrario a queste aspirazioni: non tende a occupare una buona posizione, non ha mezzi per giungere agli strati superiori dell’élite religiosa e neppure per assumere ruoli d’autorità politica. Ogni tanto Gesù si allontanava da tutti. Dopo i bagni di folla e i pressanti incontri che si susseguivano giorno dopo giorno, aveva bisogno di arrestarsi, di allontanarsi dal mondo circostante. Dopo aver dialogato con tante persone, sentiva la necessità di sottrarsi alle sollecitazioni esterne e cercava di concentrarsi in sé, in un proprio spazio interiore. Si isolava per pregare, per cercare un rapporto diretto con Dio. Questa sua abitudine di pregare da solo svela una parte incredibilmente densa della sua identità. Pur cercando un rapporto con tutti, egli era un uomo sostanzialmente solo, perché autonomo e indipendente. Trovava tutto il sostegno di cui aveva bisogno in un appello al soprannaturale, solo a esso. È questa pratica dell’invocazione e dell’abbandono incondizionato a Dio che lo sostiene e sta alla radice della sua solitaria vita personale. A causa del suo frequente isolarsi, delle sue fughe, i discepoli conobbero solo parzialmente chi era e cosa aveva fatto. Molte delle sue esperienze rimasero loro ignote, altre furono trasmesse solo ai più vicini. Parte della sua vita rimase sepolta nel segreto, in cui nessuno è mai penetrato.

Donato Bramante, «Cristo alla colonna», Pinacoteca di Brera, Milano

Donato Bramante, «Cristo alla colonna», Pinacoteca di Brera, Milano 

Il corpo

Tra gli aspetti destinati a rimanere oscuri c’è l’immagine fisica di Gesù. I testi ci consentono di conoscere il suo operato e il rapporto che stabiliva con le persone, ma non descrivono le sue sembianze. Resta il fatto che le persone volevano entrare in contatto con il suo corpo, per ricevere guarigioni. È la pressione fisica delle moltitudini, ampiamente ricordata dai vangeli, a mettere in rilievo il valore dei fatti corporali, la concreta fisicità di Gesù. Il suo corpo taumaturgico determinò la percezione della gente, dei suoi stessi discepoli, condizionò i suoi rapporti, fece da sfondo agli eventi che lo travolsero. Il corpo di Gesù è il traguardo verso cui si dirigono le persone, il desiderio di stare con lui si traduce nel bisogno di toccarlo. Il suo corpo era cercato perché dotato di una straordinaria potenza: poteva guarire malattie ed esorcizzare i demoni. In queste sue capacità, Gesù vedeva l’irrompere del dominio di Dio nel mondo. Gli altri erano sorpresi e meravigliati di questa eccezionale forza. Coloro che lo incontrarono si convinsero che il suo corpo possedesse qualcosa di eccezionale e di unico. È il caso dei tre discepoli che assistono al misterioso evento della trasfigurazione o di quelli che narrano che il suo corpo, sfidando la gravità, aveva miracolosamente attraversato il lago. Le notizie dilagano, si formano gruppi che chiedono azioni straordinarie e prodigiose. Soprattutto verso la fine della sua vicenda, il corpo di Gesù passa per eventi di esaltazione, di devozione oppure di disconoscimento e distruzione che sono rimasti impressi in modo indelebile nella memoria dei suoi seguaci. Il suo corpo conobbe condizioni e pressioni incredibili. Fu cercato e trovato, toccato e imprigionato, osannato e deriso. Fu infine straziato e distrutto. Dopo la morte, al corpo di Gesù crocifisso dai romani, i suoi compagni contrapposero il corpo glorioso della risurrezione. Altri lo ignorarono del tutto e rimasero delusi da ciò che era capitato. Gesù chiedeva a ognuno una conversione personale. Le pecore perdute della casa di Israele erano il suo obiettivo. Gesù si spendeva personalmente in questo disegno di salvezza. Esso era possibile proprio attraverso un dialogo e un confronto che entrava nella vita intima di ciascuno. È dunque nella creazione di una parabola che chiarisce la vita di una persona, nello sguardo rivolto personalmente al singolo interlocutore, che poteva manifestarsi la sua forza di convinzione. Chiunque poteva stabilire questa relazione personale con Gesù. Nessuno era privilegiato in modo esclusivo, neppure i poveri che pur stavano in cima alle sue preoccupazioni. Se un gruppo privilegiato esisteva, era quello dei trasgressori, dei devianti di ogni tipo, che egli invitava a convertirsi.

La religione

Gesù usava partecipare alla vita cerimoniale e religiosa del suo ambiente di origine. Non rinnegava il Tempio né i sacrifici. Aveva peraltro sviluppato forme religiose proprie entro l’alveo delle pratiche giudaiche. Tutto sommato, la sua ritualità, in senso formale, era abbastanza scarna. Molto più incisivo era il suo modo umano di compiere atti e gesti. Le sue azioni ignoravano il rischio di seguire precetti rigidi; riuscivano a raggiungere e a raccogliere chiunque. L’atto più espressivo e simbolicamente più importante era quello del mangiare insieme. Nella sua visione sociale, egalitaria e innovatrice, lo stare insieme a mensa era un’occasione privilegiata per trasmettere il messaggio. Mangiando insieme denunciava la condizione degli schiavi, il servizio domestico che allontanava le donne dall’ascolto dell’annuncio, l’emarginazione sociale dei poveri. Nel cuore di una cena mise in atto il gesto rivoluzionario di lavare i piedi ai suoi seguaci, invertendo i ruoli sociali consueti. Il banchetto divenne addirittura il quadro simbolico di quello che sarebbe stato il regno di Dio. Mangiare o bere vino insieme in attesa del regno imminente non aveva però solo un significato metaforico, perché nel regno si sarebbe mangiato e bevuto realmente. Gesù immaginava un mondo futuro in cui si sarebbero realizzate condizioni di abbondanza materiale, così almeno ha pensato una corrente maggioritaria dei suoi seguaci, nei primi due secoli dopo la sua morte. Dio sarebbe intervenuto finalmente a portare ricchezza, giustizia e a rigenerare il mondo secondo regole di equità. Gesù si sottrasse però, almeno entro certi limiti, all’idea di progettare come il regno di Dio sarebbe stato instaurato. Per parte sua, invitava ad attendere; confidava solo nel cambiamento interiore e in atti di riparazione da parte d’Israele. Gesù non fece nulla per influenzare le autorità e non cercò di fare pressioni sul potere per impadronirsene. Queste erano prospettive estranee alla sua azione. Certo, la reazione dei romani contro di lui e la loro decisione di sopprimerlo hanno tutti i caratteri di una decisione di tipo politico. Ma si trattò di un giudizio, di una valutazione che non comprese le sue intenzioni. Gesù non intendeva controllare le conseguenze della sua azione. Ciò che essa provocò non fu da lui né intenzionalmente causato né desiderato. I vangeli di Marco, Luca e Matteo hanno pensato che egli, alla fine, avesse accettato l’esito della sua morte, interpretandolo come una decisione indiscutibile che Dio aveva preso nei suoi confronti. E per questo egli vi si sottomise. Gesù giocava una partita estrema con la vita. Si deve ipotizzare che il (meta)linguaggio delle emozioni possa rivelarci qualcosa della vita interiore di Gesù. Certo, canalizzati dalla sua cultura, gli impulsi intimi non possono non essere stati tra le Note componenti della sua vita. I vangeli sinottici parlano soprattutto della compassione di Gesù e lasciano intendere anche il controllo che egli esercitava sui suoi sentimenti o l’ira che lo scatenava. Da questa attenzione dei vangeli dipende verosimilmente un modello che ha profondamente influenzato le culture religiose successive. Sembra che Gesù insegnasse ai suoi discepoli a provare le sue stesse emozioni, soprattutto la compassione, per indurre in loro un comportamento morale esemplare. Anche nelle parole che il Vangelo degli Ebrei e il Vangelo di Tommaso gli attribuiscono si scorgono segni del suo pensiero più intimo, e del suo insegnamento sulle varie fasi della vita spirituale (stupore, pace interiore, dominio di sé). La visione finale che ci trasmettono i racconti della preghiera nell’orto del Monte degli ulivi rivela un carattere costante della sua esistenza. Al termine della sua vita la situazione che Gesù si trova di fronte è irrisolvibile. Aveva assunto, in modo personale, pesi e fatiche, speranze e attese, aveva sperato in Dio, aveva attivato forze incontenibili. Giunto al compimento del suo dramma, al momento di massima tensione personale, riaffiora la fedeltà allo stile di vita che aveva abbracciato. Gesù rimane solo, con le sue sole forze, faccia a faccia con Dio. Da parte sua l’obbedienza a lui continua. Non chiede nulla che non sia quello che deve avvenire. Tutto avverrà davanti a un mondo che egli non può dominare e che è sostanzialmente lontano ed estraneo a lui. Uomo della mobilità e della convivialità, rimarrà totalmente solo e immobilizzato sul legno.

Gesù era un ebreo che non voleva fondare una nuova religione. Era convinto che il Dio delle Sacre Scritture ebraiche stesse cominciando a trasformare il mondo per instaurare finalmente il suo regno sulla terra. Era del tutto concentrato su Dio e pregava per capire la sua volontà e ottenere le sue rivelazioni, ma era anche del tutto concentrato sui bisogni degli uomini, in particolare i malati, i più poveri e coloro che erano trattati in modo ingiusto. Il suo messaggio era inscindibilmente mistico e sociale. Il regno di Dio non venne e, anzi, egli fu messo a morte dai romani per motivi politici. I suoi discepoli, che provenivano da ambienti i più vari, ne diedero fin dagli inizi interpretazioni differenti. Si interrogarono sulla sua morte fornendo spiegazioni diverse e molti di loro si convinsero che egli fosse risuscitato. Un certo numero dei suoi seguaci rimase dentro le comunità ebraiche, mentre altri diedero vita a una nuova religione percorsa da diverse correnti, il cristianesimo.

L’esistenza

La vita di Gesù si è conclusa con una morte violenta, ma quella morte non spense la sua voce, che ha continuato a incendiare il cuore e la mente di molti e a suscitare il rifiuto di altri. Cosa c’era nella sua persona, nei suoi comportamenti e nelle sue parole che provocava l’entusiasmo di tanti seguaci e l’ostilità estrema di coloro che l’hanno ucciso? In che misura la sua azione nasceva da una crisi profonda che attraversava non solo il suo ambiente, ma anche vasti settori della società antica? La figura storica e culturale di Gesù è gigantesca. Non c’è rischio di esaurire il significato di ciò che rappresenta. Sorgono sempre nuove domande e, appena nascono, divampano discussioni e dibattiti. Gesù è patrimonio dell’umanità. La sua storia ci coinvolge tutti. Molti studi su Gesù mettono al centro il suo messaggio, le sue parole o i suoi atti pubblici più significativi. Riteniamo sia fondamentale individuare un fondamento ancora più solido e certo: quello che chiamiamo “stile di vita” o “pratica di vita” di Gesù, ciò che effettivamente ha modellato e determinato il suo modo di esistere. Durante questi anni, nelle nostre ricerche abbiamo scavato nei testi del primo cristianesimo con un intento di natura antropologica. Con stile e pratica di vita di Gesù intendiamo le forme culturali che aveva posto a base della sua vita, i meccanismi attraverso i quali organizzava la sua esistenza e il proprio sostentamento, la logica della sua azione, le modalità con cui entrava in contatto con la gente e con le istituzioni. Abbiamo usato la parola “pratica” per indicare che il centro della sua persona non sta solo nelle idee ma in un modo costante di agire: uno stile di vita, appunto. Ci interessa conoscere come il suo agire concreto producesse novità e sconvolgimenti nella vita delle persone che lo incontravano, come le sue parole, nate all’interno della sua esistenza, circolassero – mediante contatti diretti – in precisi ambiti sociali. Il suo vero messaggio, quindi, è quello trasmesso dal suo modo di vivere, dal suo collocarsi nel mondo. Il suo insegnamento passa per le sue vicissitudini, entro un contesto culturale complesso e tutt’altro che trasparente. La sua visione religiosa è incomprensibile al di fuori della sua esperienza pratica e della partecipazione alla vita della gente.

Chi era Gesù

Gesù era un ebreo che rimase estraneo alle aspirazioni e ai modi di vita introdotti dalla romanizzazione. Di fronte alla potenza culturale di Roma fece appello all’elemento più intimo e più forte della sua cultura, cioè all’idea del potere assoluto del Dio giudaico e alla necessità che Dio regnasse prendendo possesso di tutta la terra. Nulla è più lontano da lui del tentativo di integrare i contadini dei villaggi nella vita cittadina dei potenti o di perseguire un inserimento nel dominio romano. Era tramite un cambiamento di vita all’interno dei singoli nuclei domestici, nei borghi e nei villaggi, che il suo popolo sarebbe entrato di lì a poco nell’era millenaria della prosperità e della pace messianica con tutti i popoli. Il terreno più fertile della sua predicazione è infatti costituito dalla speranza nel regno di Dio, che avrebbe combattuto ed eliminato l’ingiustizia. Gesù aveva assunto l’urgente compito di annunciare, qualsiasi fosse il costo e il risultato, l’imminenza di questo evento cosmico di palingenesi. La gente doveva essere urgentemente avvertita e spinta a cambiare vita per acquisire il diritto di entrare nel regno futuro. Nella vita reale Gesù cercava di spingere la gente a realizzare l’ideale di liberazione e rigenerazione immaginata dall’utopia del giubileo levitico. Qui sta tutta la sua attesa e il suo sforzo. “Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori” diventa la sintesi della sua prassi e del suo messaggio. Gli uomini sono chiamati a perdonarsi gli uni con gli altri e ad accettare il condono di Dio prima dell’avvento del suo dominio regale.

Il progetto

Quali sono i punti salienti di questo progetto? Tutta la vicenda di Gesù comincia con una scelta personale radicale, con un cambiamento dell’ordine usuale della sua vita. Abbandona tutto. Sceglie un’esistenza itinerante, incerta, senza radicamento. Rompe i legami con il proprio ambiente e ai suoi discepoli più vicini chiede un uguale distacco. La scelta di Gesù è matura e durerà irreversibilmente fino alla morte. Per lui non si tratta solo di un percorso irrinunciabile, ma di una strategia di proporzioni enormi. Su suo invito, i gruppi che nascevano accanto a lui da un lato rifiutavano la famiglia, il lavoro e la proprietà, ma dall’altro si installavano nelle “case di villaggio”, nel tessuto domestico, rurale e nei piccoli centri contadini. È nel rapporto differenziante, ma non totalmente conflittuale, tra gruppo discepolare e nuclei parentali che si situa la capacità creativa e trasformatrice di Gesù. La costante incertezza e il volontario sradicamento in cui viveva gli permettevano di introdurre nei gruppi domestici stili di vita insoliti e rivoluzionari. Gesù entrava in molte case, chiedeva ospitalità e vi soggiornava. Non aveva previsto alcuna sede stabile, nessuna forma organizzativa istituzionale per il gruppo dei suoi discepoli che non erano garantiti o protetti da nessuna autorità. All’interno delle abitazioni, mescolandosi con la popolazione, senza distinguersi o imporsi a essa, il gruppo discepolare costituiva una forma sociale interstiziale, che si insinuava fra le strutture consolidate. Gesù desiderava indurre la gente a trasformare le proprie case in luoghi accoglienti pronti e aperti ai poveri, un ritorno appunto di tutto il popolo di Israele all’uguaglianza originaria. Questo stile di vita lo rendeva forte e debole nello stesso tempo. Senza riferimenti stabili, era un uomo sostanzialmente fragile, esposto alle forze esterne. E tuttavia, è proprio la radicalità della vita intrapresa che gli permetteva l’affidamento in Dio e che gli consentiva di sperare nell’inizio di un’epoca rigenerata.

La diffusione della Parola

Gesù si rivolge a chiunque sia ebreo e per questo si muove in lungo e in largo nel suo paese. Sostenuto dal suo fiducioso disegno, Gesù vuole parlare a tutto il popolo d’Israele. Vuole comunicare ciò che conosce, ciò che si augura che stesse per accadere. Accetta di vivere la vita del popolo; ma non intende solo divulgare parole. Condivide e partecipa, si fa coinvolgere e paga seriamente di persona. Gesù è concentrato sulla Terra d’Israele, a cui sente di appartenere, la cui estensione non coincide per lui con quella stabilita dai romani. Si spinge oltre i confini, fra coloro che sono più dispersi o lontani. La regione che percorre è definita soprattutto da individui reali. Gesù non è un capo religioso locale che limita la propria azione alla Galilea. Vuole avere un rapporto faccia a faccia con la gente, ovunque essa si trovi, anche in Giudea. Nel suo instancabile peregrinare, Gesù disponeva unicamente delle proprie forze. Abbandonato tutto, non portava con sé nulla, neppure una borsa. Questo essere privo di mezzi e di protezioni era la vera radice, l’asse portante sul quale basava tutta la propria esistenza. La sua rinuncia alla certezza lo rendeva indipendente da ogni legame economico, familiare e lavorativo. Poteva disporre di tutto ciò che la sua persona poteva fare. La sua autenticità sta in questo “essere senza nulla”, possedere solo sé stesso. Gesù possedeva solo il proprio corpo, un corpo esposto ai pericoli e ai bisogni, come accade a tutti gli uomini. Del tutto simile a quello degli altri, percepito per quello che i suoi simili potevano intendere, il suo corpo non era coperto da protezioni. Sotto l’incalzare degli eventi, il corpo di Gesù, cercato e minacciato, dovette alla fine soccombere alla forza delle autorità. Al di là della lacunosità e della opacità dei testi, si può affermare che la realtà storica di Gesù è tangibilmente visibile in questi elementi di solitudine e di privazione. Ogni volta che Gesù parla o predica, qualcosa avviene. La gente diventa parte del suo stesso mondo fisico. La predicazione coincide con un mutamento, qualunque esso sia e al di là dei progetti di chi si lascia coinvolgere. Ogni suo enunciato centralizza o marginalizza, coagula o crea resistenza. Invera la dinamicità stessa della vita. Alla fine egli fu travolto da un insieme complesso di fattori che si erano forse inevitabilmente cumulati. Egli stesso li aveva messi in moto, ma non poteva controllarli.

Gesù, nei suoi spostamenti, aveva propositi precisi: non desiderava percorrere le strade principali, né misurarsi con le città o entrare in contatto con la popolazione cittadina. Percepiva forse che nei centri urbani la popolazione sarebbe stata sostanzialmente sorda al suo annuncio, perché realisticamente impegnata nella lotta per la supremazia e il dominio. Aspirazioni e speranze dei ceti urbani erano presumibilmente orientati verso il successo e l’affermazione che la romanizzazione – presente nelle città – faceva pensare probabile o addirittura a portata di mano. L’annuncio di Gesù è del tutto alternativo a queste speranze di successo. Ed egli è personalmente contrario a queste aspirazioni: non tende a occupare una buona posizione, non ha mezzi per giungere agli strati superiori dell’élite religiosa e neppure per assumere ruoli d’autorità politica. Ogni tanto Gesù si allontanava da tutti. Dopo i bagni di folla e i pressanti incontri che si susseguivano giorno dopo giorno, aveva bisogno di arrestarsi, di allontanarsi dal mondo circostante. Dopo aver dialogato con tante persone, sentiva la necessità di sottrarsi alle sollecitazioni esterne e cercava di concentrarsi in sé, in un proprio spazio interiore. Si isolava per pregare, per cercare un rapporto diretto con Dio. Questa sua abitudine di pregare da solo svela una parte incredibilmente densa della sua identità. Pur cercando un rapporto con tutti, egli era un uomo sostanzialmente solo, perché autonomo e indipendente. Trovava tutto il sostegno di cui aveva bisogno in un appello al soprannaturale, solo a esso. È questa pratica dell’invocazione e dell’abbandono incondizionato a Dio che lo sostiene e sta alla radice della sua solitaria vita personale. A causa del suo frequente isolarsi, delle sue fughe, i discepoli conobbero solo parzialmente chi era e cosa aveva fatto. Molte delle sue esperienze rimasero loro ignote, altre furono trasmesse solo ai più vicini. Parte della sua vita rimase sepolta nel segreto, in cui nessuno è mai penetrato.

Andrea Mantegna, «Il Cristo morto», Pinacoteca di Brera, Milano

Andrea Mantegna, «Il Cristo morto», Pinacoteca di Brera, Milano 

LA RICERCA

LE MOLTEPLICI IDENTITA’ DI GESU’

Piero della Francesca, «Battesimo di Cristo», The National Gallery, Londra

Piero della Francesca, «Battesimo di Cristo», The National Gallery, Londra 

Storie di Storia, per gentile concessione della Claudiana – Torino, pubblica alcuni estratti del libro “Le molteplici identità di Gesù secondo il Nuovo Testamento” scritto da Monsignor Romano Penna, presbitero e biblista.

Di Mario Penna

Il secolare patrimonio culturale del pensiero e dell’arte dimostra che sono stati davvero molti i pensatori e gli artisti, per non dire dei santi, ad aver tratto ispirazione dalla figura e dalla vicenda di Gesù di Nazareth, “che non è improprio definire tra le più dense di pathos e di logos mai offerte dalla storia”1. Vale perciò la pena scandagliare i suoi lineamenti sulla base dei testi più antichi che lo riguardano e ne rivelano una stimolante pluralità di volti. Come base però vi premettiamo due considerazioni di carattere generale.

Il caso-Gesù

Ancora oggi resta celebre, e di grande interesse, l’affermazione del teologo luterano Oscar Cullmann più di sessant’anni fa: “Il pensiero teologico dei primi cristiani parte dal Cristo e non da Dio […] Ne risulta che la teologia cristiana primitiva è pressoché esclusivamente una cristologia”2. In effetti, la vera novità prodottasi in Israele circa duemila anni orsono, a parte l’originalità del battesimo di Giovanni figlio di Zaccaria per la remissione dei peccati (con un suo ipotetico richiamo alla Comunità di Qumran), fu il movimento iniziato da Gesù di Nazaret. Come riconosce il professore ebreo Harris Lenowitz, dell’Università dello Utah, “l’impulso verso una autorità messianica e quello verso una profezia messianica non sono mai stati combinati in una singola figura di messia prima di Gesù”. In effetti, a partire dagli anni Trenta del I secolo nella terra d’Israele ci fu un gruppo, che, pur condividendo con il resto del popolo l’antica fede dei padri, si impose per la sua diversità proclamando l’identità messianica di quel Gesù, al quale venivano attribuiti titoli e funzioni che incontrarono una crescente opposizione da parte del cosiddetto “common judaism”, come in un primo momento dimostrò il fariseo Saulo di Tarso. In ogni caso, si conferma il dato incontrovertibile che il nuovo movimento si affermò, non per la condivisione dell’idea giudaica sul monoteismo, che non era in discussione, ma per la fede e la proclamazione di una incomparabile identità riconosciuta a quell’ebreo di origine galilaica, il cui nome anagrafico peraltro era molto diffuso al volgere dell’era con almeno una quarantina di casi. È noto l’interesse delle prime comunità cristiane sulla dimensione storica di Gesù, recuperata con un intenso lavorio di anamnesi e insieme di interpretazione. Ma la prospettiva sul passato di Gesù non fu la prima preoccupazione di quelle comunità. Il loro lavorio infatti si impose in un secondo tempo, dopo che i primi discepoli superarono, per così dire, l’abbacinamento prodotto dall’imprevisto evento pasquale, che in un primo tempo non permise loro di vedere altro.

I due inizi della sua identificazione: attività in Galilea e “terzo giorno” a Gerusalemme

Dagli studi sui testi neotestamentari si impone l’esistenza di un rapporto dialettico e insieme complementare tra la fase “gesuana” / pre-pasquale e la fase propriamente “cristiana” /post-pasquale. Perciò si può distinguere tra gesuologia e cristologia, poiché non c’è cristianesimo senza Gesù né senza una qualche cristologia. Diremo allora che il cristianesimo, come la stessa riflessione ermeneutica su Gesù, è nato due volte5, anche se le due nascite non sono tra loro equivalenti ma implicano una evidente asimmetria. Naturalmente possiamo allora parlare di inizi e di sviluppi, ma la metafora della doppia nascita resta assai efficace e intrigante. La prima volta il cristianesimo nacque, non a Betlemme, ma quando Gesù di Nazaret (detto 6 volte Nazareno come in Mt. 1,24 e 14 volte Nazoreo come in At. 2,22), rinunciando già trentenne a una vita privata (rimasta senza documentazione), predicò pubblicamente “l’evangelo del regno” di Dio (Mt. 4,23) per le strade e nei villaggi della Galilea. Quella predicazione, accompagnata da significative azioni compiute nei confronti dei variamente “poveri”, rivelò anche la sua identità personale, configurabile al minimo come quella di un profeta, che apriva l’accesso ultimo a Dio. L’accoglienza che egli incontrò e il rifiuto che gli venne opposto sono i segni contrastanti di una novità da lui rappresentata e percepita di volta in volta come liberante o destabilizzante8. In ogni caso, gli interventi di Gesù in parole e azioni non ebbero soltanto una dimensione funzionale, operativa, ma ne ebbero pure una di tipo per così dire “ontologico”, riguardante la definizione della sua stessa identità personale. Certo, la prima componente risulta molto più palese, mentre la seconda è lasciata solo intravedere come in filigrana. Ma la semplice categoria del profeta, magari escatologico, chiede di essere integrata da altre caratterizzazioni. Per esempio, la enigmatica denominazione di Figlio dell’Uomo apre almeno uno scorcio su qualcosa di misterioso, così come il suo modo costante di rivolgersi a Dio chiamandolo “Padre” (‘Abbà). Bisogna perciò necessariamente pensarlo come un uomo caratterizzato, sia da una particolarissima comunione con Dio Padre, sia da una specialissima intenzione “altruistica” da lui attribuita a tutta intera la sua vita, compresa la sua morte. La seconda volta il cristianesimo nacque a Gerusalemme, quando i discepoli di Gesù, sulla base di una personale esperienza, annunciarono la sua risurrezione/esaltazione. Certo, l’evento verificatosi “il terzo giorno” ha bisogno di essere ben precisato per comprenderne adeguatamente la consistenza e la fecondità, e l’enorme bibliografia in merito sta a dimostrarne l’importanza. Ma è altrettanto certo che, senza questo inedito tipo di esperienza, il cristianesimo “galilaico” sarebbe stato ben poca cosa, probabilmente confinato in angusti limiti geografici e con un modesto patrimonio ideale. In effetti, il kerygma pasquale rappresentò un vero e proprio big bang, che non soltanto scatenò un impegno di testimonianza e di annuncio evangelico prima impensabile, ma pure originò tutta una serie di ermeneutiche cristologiche altrettanto originali, tanto che, secondo Martin Hengel dell’Università di Tubinga, “nel giro di neanche due decenni il fenomeno cristologico è andato incontro ad un processo le cui proporzioni sono maggiori di quelle più tardi raggiunte durante i successivi sette secoli”. In effetti l’attività e la persona di Gesù vennero sottoposte pressoché a tante interpretazioni quante furono le persone o le comunità che se ne interessarono. Si spiegano così le varie ermeneutiche cristologiche, la cui varietà sta solo a significare l’impossibilità di ridurre la sua figura a una sola dimensione, imponendosi comunque egli come il dato centrale della fede cristiana. Di questa varietà dobbiamo appunto renderci conto. Preciso soltanto che a monte di questa constatazione ci sono due criteri di base che giustificano tale molteplicità: l’una è di tipo linguistico e distingue tra la unicità del significato e la molteplicità dei significanti13, l’altra è di marca filosofica e sostiene che la verità ci è nota solo in quanto interpretazione, per di più variegata, la quale “lungi dall’essere un difetto o uno svantaggio, è il segno più sicuro della ricchezza del pensiero umano”.

Conclusione

Se almeno una conclusione possiamo trarre da quanto detto, è che fin dai suoi primi anni il movimento nato nel nome di Gesù ha operato sulla figura del Nazareno una riflessione estremamente ricca e diversificata. Non è solo un paradosso ripetere che questa riflessione, benché ristretta ai primi venti o trent’anni della storia del cristianesimo, è stata decisiva “più di quella che si è sviluppata nei venti secoli successivi”1. Risulta indubbiamente dai dati a nostra disposizione che già la prima cristologia ha considerato Gesù letteralmente “dai molti nomi” (come direbbe Filone Alessandrino a proposito del Logos “poly?nymos”), così da spiegare il titolo suggestivo di alcuni studi di cristologia neotestamentaria. Effettivamente “l’unico modo di possedere e conservare la verità è proprio quello di accoglierla come infinita: non può essere verità quella che non è colta come inesauribile”. Comunque va sottolineato che l’ermeneutica del primo cristianesimo si è particolarmente concentrata appunto sull’identità personale di Gesù, associata alla sua missione, con le ricadute che l’insieme dovette necessariamente avere sulla concezione stessa di Dio, del Dio d’Israele. Se poi ad essa si è affiancata anche una scelta operativa riguardante la condotta pratica di vita o halakâ, risultante in parte diversa da quella di un supposto “common judaism” fondato sull’osservanza della Torah, ciò è dovuto al fatto che proprio la persona di Gesù giustificava una presa di posizione del genere. A parte la già accennata questione del parting of the ways, è comunque vero che i cristiani avevano del loro Messia delle concezioni ineguagliabili all’interno di Israele. Esse mettevano in discussione non solo l’ortoprassi ma anche l’ortodossia, per quanto se ne può individuare una nel giudaismo; certo mettevano in questione quel tipo di fede e di speranza. In sostanza gli scritti neotestamentari dimostrano come quella persona superi la possibilità di incapsularla in una sola definizione. Non si tratta di una frantumazione dell’Io di Gesù alla maniera pirandelliana dell'”Uno, nessuno, centomila”. Né si potrà fare una scelta parziale di esclusione che impoverisca quella identità. Piuttosto può valere per lui il classico principio di Aristotele, secondo cui “l’essere può essere detto in molti modi” (tò dè òn légetai mèn pollakôs), dove ciò che conta è la convergenza del molteplice nell’unità di un comune denominatore. Naturalmente spiccano, su tutte le altre, le imprese ermeneutiche dell’apostolo Paolo, del Quarto evangelista, della Lettera agli Ebrei e dell’apocalittico Giovanni. Ma anche ciascuno degli autori e scritti neotestamentari ha la sua propria ermeneutica. La loro molteplicità non significa eterogeneità, ma semplice pluralità di voci in un amalgama tutto sommato armonico. Sicché nel caso-Gesù si deve convenire che “ciò che sconcerta lo storico è il suo fallimento nell’incapsulare Gesù in una delle categorie disponibili all’interno dell’ebraismo palestinese del I secolo […] Gesù di Nazaret è inclassificabile”. Ciò spiega l’instancabile e meritevole dedizione allo studio di Gesù Cristo anche da parte dei docenti di teologia sistematica, che ne attestano l’insondabilità e insieme la feconda centralità per la vita cristiana. Come opportunamente scrive l’apocrifo Vangelo di Filippo (databile al III secolo con una base nel II), “Yeshua non si è rivelato così come era in realtà, ma si è rivelato a seconda della capacità di coloro che vogliono vederLo. Egli è lo Stesso per tutti, ma appare grande ai grandi, piccolo ai piccoli, agli angeli appare come un angelo, agli uomini come un uomo. Il Logos è il segreto di tutto. Coloro che conoscono loro stessi, questi lo hanno conosciuto. Quando è apparso ai suoi discepoli nella gloria sulla montagna, Egli era grande, non piccolo. Ha quindi reso i suoi discepoli grandi affinché fossero capaci di vederlo nella sua grandezza”. Ancor più eloquente è ciò che leggiamo nell’apocrifo Vangelo di Tommaso (databile tra I e II secolo): “Gesù chiese ai suoi discepoli: “Paragonatemi con qualcuno e ditemi a chi assomiglio”. Simon Pietro gli rispose: “Tu assomigli ad un angelo giusto”. Rispose Matteo: “Tu assomigli ad un filosofo, ad un uomo sapiente”. Tommaso invece gli disse: “Maestro, la mia bocca non arriverà mai al punto di dire a chi assomigli”. E Gesù allora: “Io non sono il tuo maestro, perché tu hai bevuto e ti sei inebriato alla fonte zampillante che ti ho messo a disposizione””. Con tutto ciò non è detto che il lavorio ermeneutico su di lui sia terminato, essendo ampio e profondo lo spazio della sua identità, che al meglio dovrebbe essere oggetto di conoscenza esperienziale più che intellettuale.

© Claudiana S.r.l., Torino

L’INTERVENTO

GESU’ E LE DONNE

Perché una tradizione religiosa alle cui radici c’è un messaggio di liberazione per tutti si è trasformata in un luogo ostile per le donne?

Duccio di Buoninsegna, «Le tre Marie al sepolcro», Siena

Duccio di Buoninsegna, «Le tre Marie al sepolcro», Siena 

Di Marinella Perroni (Docente di Nuovo Testamento alla Università pontificia Sant’Anselmo di Roma).

“Visto il poco tempo a disposizione, mi limito ad alcune indicazioni che mi sembrano abbastanza efficaci. Partendo da una considerazione. Il più antico dei vangeli, quello di Marco, presenta un dettaglio curioso: ha due conclusioni. Per spiegare questa stranezza letteraria, si è supposto che, a una certa distanza dalla composizione originaria, qualcuno abbia sentito la necessità di completare il testo di Marco aggiungendo alla prima conclusione una seconda. Perché? Un motivo può certamente essere quello della completezza: poiché Marco non aveva raccontato alcuni episodi, che sono invece presenti nelle altre tradizioni evangeliche, qualcuno ha sentito il bisogno di aggiungerli al più antico dei vangeli perché ormai erano accreditati dalla tradizione. È possibile, però, anche altro: la finale originale del primo vangelo presenta una dimensione fortemente enigmatica di cui, soprattutto a una certa distanza sia dall’epoca dei fatti raccontati sia dal momento della composizione letteraria del vangelo stesso, molto probabilmente non veniva capito il significato. La seconda finale mirerebbe perciò a superare questa impasse: che il vangelo si concluda con l’osservazione che le uniche testimoni della risurrezione, le discepole di Gesù, attonite e impaurite, si sono chiuse nel silenzio ingenerava, evidentemente, una qualche perplessità perché appariva troppo minimalista. Al di là della possibilità di identificare il perché di una tale aggiunta, il fatto della doppia conclusione del più antico dei vangeli ha anche un aspetto inquietante. È proprio questo che vorrei prendere come punto di partenza per il nostro discorso.

Mettiamo a confronto dunque le due conclusioni. Nella prima, quella originale, l’evangelista dice: “Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e spavento. E non dissero niente a nessuno. Infatti, avevano paura” (16,8). L’ultima scena narrata dal primo degli evangelisti è dunque l’apparizione alle donne il mattino di pasqua: sono andate al sepolcro dove due giorni prima avevano visto deporre il corpo di Gesù per rendere onore alla memoria del loro maestro morto e hanno vissuto un’esperienza di rivelazione sconcertante. Come i profeti della tradizione biblica di fronte alle manifestazioni di Dio, anche le donne non fanno solo l’esperienza di una tomba ormai vuota, ma sono testimoni dirette di una manifestazione di Dio e ricevono una rivelazione divina: Gesù è risorto, la storia che ha avuto inizio con la sua predicazione non è finita con la sua morte, ma riprenderà ad opera di coloro che credono che Egli è vivo e riprenderà dalla Galilea, cioè esattamente da dove Gesù stesso aveva cominciato il suo ministero. Saranno proprio le donne a dover convincere gli altri discepoli che Gesù è vivo e li precede nel luogo del nuovo inizio.

Non c’è dubbio che nella mente dell’evangelista il “timore” e lo “spavento” che rende le donne incapaci di parlare sono degli indicatori chiari e inequivocabili del fatto che la loro è stata un’esperienza fortissima, una vera e propria rivelazione divina. La loro paura e il loro silenzio non sono dettagli di cronaca, ma segnali teologici per avvertire i lettori che la storia del profeta di Nazaret non si è conclusa con una pietra fatta rotolare sulla porta di un sepolcro perché un intervento divino ha riaperto prepotentemente i giochi: colui che era morto è risorto e cammina di nuovo davanti ai suoi discepoli anche se non appartiene più al mondo dei mortali. Marco chiude perciò il suo vangelo con una finale carica di emozione.

La seconda finale ha un tono totalmente diverso. Apologetico e non profetico, non più evocativo ma descrittivo: “Allora essi (gli Undici) partirono e predicarono dappertutto …” (16,20). Non sono cambiati solo i toni, però, ma sono cambiati anche i protagonisti. Il discorso si è fatto ormai ufficiale, cronachistico, e mira a ragguagliare del fatto che la missione della chiesa avanza ordinatamente sotto la direzione degli Undici. Il protagonismo femminile è scomparso. Gli studiosi pensano che tra la prima e la seconda finale del vangelo di Marco siano passate pochi anni, al massimo una o due decine di anni. Dal punto di vista sostanziale, però, per le donne è passata un’intera epoca perché al tempo di Gesù e degli inizi segue ormai il tempo della normalizzazione.

Credo si possa dire senza rischio di essere smentiti che, lungo i secoli, la tradizione cristiana si è andata costruendo anche grazie a questa violenza: la parola autorevole, la parola ufficiale, quella che fa la storia della missione cristiana, viene sottratta alle donne. Se non sempre nei fatti, almeno nel racconto. Sappiamo tutti molto bene però che, per una religione di rivelazione, proprio i racconti ritenuti rivelazione di Dio hanno una portata immensa e giocano un influsso determinante.

Questa sera vorrei allora collocarmi prima della normalizzazione, all’inizio cioè della parabola del cristianesimo primitivo, per indagare quello che i testi sacri dicono, o lasciano almeno intravedere, riguardo al rapporto che Gesù prima e Paolo poi hanno stabilito nei confronti delle donne con cui venivano a contatto. Mi interessano i fatti più che le affermazioni.

Due avvertenze iniziali si impongono. Prima di tutto: prendere in esame due figure come Gesù e Paolo significa considerarle ciascuna all’interno del loro mondo, cioè il giudaismo palestinese e il giudaismo ellenista. Gesù e Paolo sono entrambi giudei, anche se intendono la fedeltà alla loro tradizione religiosa di appartenenza e l’osservanza della legge in modi diversi e molto diversi sono stati i loro orizzonti culturali e i mondi in cui hanno vissuto. Gesù si muove essenzialmente nella realtà rurale della sua terra di origine, la Galilea; Paolo agisce soprattutto nelle città dell’impero. Gesù intende chiamare alla salvezza esclusivamente l’intero popolo di Israele; Paolo vede davanti a sé, come obiettivo dell’annuncio missionario, i confini dell’Impero.  Gesù vive nella convinzione che il tempo ormai sia divenuto breve e la fine sia vicina, mentre per Paolo il tempo è divenuto di nuovo lungo e chiede pazienza e impegno quotidiano. Entrambi però convergono su quanto è più importante: Dio non ha il volto feroce di colui che esclude, ma vuole l’inclusione e chiama perciò a un’elezione condivisa. Gesù verrà contrastato dai suoi stessi correligionari proprio perché la sua chiamata alla salvezza raggiunge anche coloro che secoli di pratica religiosa avevano ormai escluso dall’appartenenza al popolo dell’elezione, Paolo dovrà rivendicare lungo tutto il corso della sua missione la sua autenticità apostolica, contestata proprio a partire dalle sue aperture universalistiche.

La seconda avvertenza è che non possiamo capire quanto tanto Gesù che Paolo hanno detto e fatto se non ci liberiamo dal pregiudizio anti-giudaico che, magari sottilmente, alberga sempre nelle teste dei cristiani e ci porta a pensare che il loro atteggiamento liberale nei confronti delle donne (e non solo!) fosse dovuto al fatto che non erano più giudei ma si erano convertiti all’unica vera religione, cioè il cristianesimo. Anche senza accorgercene, ragioniamo sempre sulla base di questo presupposto. Tanto Gesù che Paolo, invece, non sono cristiani, ma restano giudei fino alla fine. Essi appartengono però a due espressioni della fede giudaica non fondamentaliste e aperte a interpretazioni della Scrittura e dei precetti favorevoli agli esclusi e ai lontani. Per questo, né l’uno né l’altro hanno atteggiamenti discriminatori nei confronti delle donne.

Discepole di Gesù

Non posso che limitarmi, evidentemente, ad alcuni accenni. Se si leggono i vangeli sinottici, una domanda si impone. Si tratta di una domanda inquietante: come è stato possibile che, per secoli e secoli, la tradizione cristiana abbia ignorato l’evidenza? O, al contrario: come è possibile che solo ora il protagonismo femminile appaia con chiarezza e con una pluralità di sfumature e accenti che consentono di ricavare da quei testi una vera e propria teologia del discepolato delle donne o una storia della partecipazione delle discepole di Gesù all’edificazione delle prime comunità di coloro che hanno creduto in Lui? Anche in questo caso, si può ben affermare che i processi di rimozione collettiva sono qualcosa di molto serio perché determinano convinzioni e sicurezze da cui è possibile prendere le distanze soltanto pagando un prezzo altissimo. Già solo questo dovrebbe farci tenere sempre alta la guardia, non soltanto riguardo alla più odiosa delle discriminazioni, quella che riguarda la differenza sessuale, ma anche riguardo a tutte le altre possibili discriminazioni. È ormai consapevolezza condivisa, infatti, che le interpretazioni della realtà e della storia sono appannaggio dei “vincenti”, di qualsiasi egemonia essi siano rappresentanti.

Il racconto evangelico che contiene le più antiche tradizioni storiche su Gesù è certamente il racconto della passione. Esso ha rappresentato il nucleo intorno al quale si è andata costruendo, grazie alla predicazione apostolica, la ricca tradizione su Gesù a cui i singoli evangelisti daranno poi forma letteraria oltre che orientamento teologico. Tutti e tre gli evangelisti sinottici, Matteo, Marco e Luca, concordano nel riconoscere alle discepole galilee un ruolo decisivo nello svolgimento degli eventi pasquali. Sono loro, e per Marco e Matteo sono solo loro, che presenziano ai tre momenti decisivi della storia della passione, cioè a quegli eventi che diventeranno poi i tre momenti decisivi dell’annuncio di salvezza, la morte, la sepoltura e la risurrezione di Gesù (Mc 15,40s.47.55 e par). Si tratta di una chiara testimonianza del fatto che per la prima predicazione apostolica proprio queste donne, la cui memoria si era conservata vivida durante la prima generazione cristiana, hanno fatto da cinghia di trasmissione tra il tempo della vita e della missione del Maestro e il tempo della sequela del Risorto. Non sono genericamente “le donne”, ma alcune donne individuate e ricordate per nome, un piccolo gruppo che evidentemente riconosceva a Maria di Magdala un preciso ruolo di leadership nei confronti non soltanto delle altre donne, ma di tutti i discepoli. I racconti poi ci tengono a chiarire che queste donne non sono semplicemente delle visionarie, come pensano i discepoli maschi (Lc 24,10), ma sono discepole di Gesù che lo hanno seguito fin dall’inizio, durante la sua predicazione in Galilea, e lo hanno accompagnato lungo il cammino verso Gerusalemme, prima, e verso la croce, poi. Sono state, cioè, discepole di Gesù in senso pieno (Mc 10,40s e par): per questo la loro testimonianza pasquale diviene “buona notizia”, evangelo. È questo il senso del famoso racconto dell’unzione di Betania con cui si aprono gli avvenimenti pasquali: quello che la discepola compie nei confronti di Gesù non esprime soltanto la sua piena comprensione di ciò che il profeta di Nazaret ha detto e fatto, ma si presenta simbolicamente come valore di riferimento per il futuro della missione apostolica della chiesa perché è “evangelo”, buona notizia (Mc 14,9).

Essere state discepole di Gesù ha significato partecipare alla sua missione e mettersi al suo servizio. Non in termini riduttivi, come troppo spesso è stata interpretata la partecipazione delle donne alla vita delle chiese: Maria di Magdala e le altre con lei non assicuravano agli altri discepoli i servizi di cura, non garantivano pranzo e bucato e, se anche lo avessero fatto, non è certo per questo che vengono ricordate nei vangeli! Quanto si ricorda di loro e viene presentato ai credenti delle generazioni successive come esemplare è che hanno seguito il Maestro e ascoltato il suo insegnamento. Fino alla fine, cioè fino alla croce. Per questo nel momento della svolta decisiva, quando i discepoli devono imparare a riconoscere Gesù vivo in mezzo a loro, proprio alle donne viene chiesto di ricordare tutto quello che Gesù aveva insegnato e promesso durante il suo ministero (Lc 24,6). Se loro possono farlo è perché, evidentemente, erano presenti e avevano conservato nel cuore il significato di quell’esperienza di condivisione missionaria con Gesù.

Va detto però che, già all’interno dei vangeli sinottici stessi, è possibile intravedere i primi segnali di quella lunga storia di discriminazione che, progressivamente, si è andata imponendo all’interno della tradizione cristiana in termini direttamente proporzionali alla sua istituzionalizzazione, prima, e alla sua clericalizzazione, poi.  L’evangelista Luca riserva certamente alle figure femminili uno spazio importante nel suo vangelo, dato che esse sono protagoniste di molte parabole e di diversi racconti di miracolo. Lascia però perplessi il fatto che Luca, quando parla delle discepole galilee, le descrive come impegnate nel sostegno economico alla missione dei discepoli e non più, come affermano Marco e Matteo, nella diaconia nei confronti di Gesù (8,1-3) e che, quando traccia il profilo ideale della discepola di Gesù, insiste sulla sua capacità di ascolto e di silenzio piuttosto che sul suo esercizio di parola apostolica (10,38-42).

Ben diversa, invece, la prospettiva del quarto evangelista. Per questo, non senza motivo alcune esegete hanno perfino sostenuto la possibilità che all’origine del più teologico e spirituale dei vangeli, quello di Giovanni, ci possa essere proprio una donna. Figure femminili come la donna di Samaria (4,1-30), Marta (11,17-27), Maria di Betania (12,1-11), Maria di Magdala (20,1-2.11-18) sono infatti i pilastri su cui poggia tutta la costruzione teologica del quarto vangelo. Più che i Dodici o Pietro, all’evangelista interessano proprio questi personaggi femminili con cui Gesù instaura discussioni teologiche di portata decisiva per lo sviluppo della rivelazione di Dio al mondo, prima, e ai discepoli, poi.

Il quadro che ci viene offerto dai quattro vangeli canonici, dunque, è chiaro e contraddice l’idea che si è andata diffondendo negli ultimi decenni secondo cui, al tempo delle origini cristiane, le donne hanno trovato spazio soltanto nei movimenti considerati ereticali. Esse hanno infatti giocato un ruolo di rilievo nella costruzione della tradizione su Gesù a partire dalla fede nella risurrezione e nell’edificazione delle prime comunità cristiane. Conferma però, d’altra parte, anche il sospetto che già molto presto un processo di marginalizzazione delle donne dai ruoli ecclesiali ha scandito le tappe del passaggio dalle comunità domestiche del primo movimento cristiano alle prime chiese presenti nelle città dell’Impero”.

Il testo è tratto dall’intervento a una conferenza tenuta al Comune di Austis il 7 marzo 2009, che pubblichiamo per gentile concessione dell’autrice.

SEGNALAZIONI

Libro: Gesù. La verità storica, di Ed P. Sanders, Mondadori, Milano, 1994.

Libro: Il Battista e Gesù. Due movimenti giudaici nel tempo della crisi. Di Adriana Destro e Mauro Pesce, Carocci, Roma, 2021.

Film: Il Vangelo secondo Matteo. Diretto da Pier Paolo Pasolini. Con Enrique Irazoqui, Margherita Caruso, Susanna Pasolini, Marcello Morante, Mario Socrate. Prodotto da Alfredo Bini. Italia, 1964.

Luogo: Il Tempio di Gerusalemme. Più volte citato nel Nuovo Testamento. Gesù vi si recò più volte durante la sua vita. Distrutto dal futuro imperatore Tito nel 70 d.C., oggi ne resta solo il muro occidentale di contenimento, conosciuto come il Muro del Pianto. Quando Gerusalemme diventò una città cristiana, il luogo del Tempio fu lasciato in rovina ma fu costruita al bordo della spianata una chiesa, Santa Maria la nuova, in ricordo della presentazione di Gesù al Tempio, poi distrutta dai musulmani per potervi costruire la Moschea al-Aqsa.
Muro Occidentale. Distretto di Gerusalemme, aperto 24 ore su 24. Contatti: +972 2-627-1333

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Storie di Storia / 20. Chi era Gesù di Nazareth